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Dentro le sbarre, oltre il silenzio: il viaggio umano di Davide Dionisi

Tra mura e silenzi, la dimensione umana della detenzione

Le porte di un carcere non fanno rumore solo quando si chiudono. Fanno rumore anche quando si aprono. E il libro di Davide Dionisi, Le loro prigioni, è esattamente questo: un mazzo di chiavi infilato nella serratura di un mondo che quasi tutti preferiamo non vedere.

Non è un saggio accademico, non è un trattato giuridico. È cronaca viva. È un racconto fatto di volti, di voci, di corridoi umidi, di mani che tremano e di sguardi che cercano un varco. Dionisi, giornalista abituato a frequentare per anni istituti penitenziari, mette in fila storie ascoltate “dall’interno”, senza filtri e senza pietismi. Ne viene fuori un viaggio duro, spesso doloroso, ma attraversato da una luce inattesa: quella della possibilità.

Il carcere, scrive l’autore, non è solo un luogo di esclusione. Può diventare – se qualcuno lo permette – uno spazio di rinascita. Ma perché questo accada servono progetti, idee, persone disposte a credere che dietro un reato ci sia ancora un essere umano.

Tra le esperienze raccontate nel libro ce n’è una che colpisce più di altre per la sua forza concreta: “Cucinare Al Fresco” (progetto che trova origine all’interno della Casa Circondariale di Como Bassone), iniziativa nata per portare la cultura del cibo e del lavoro nelle cucine degli istituti penitenziari. Non un semplice corso di cucina, ma un vero percorso di formazione professionale e umana. Detenuti che impastano, tagliano, imparano a rispettare tempi e regole, a collaborare, a sentirsi di nuovo utili. Piatti preparati con cura che diventano simboli di dignità ritrovata.

È cronaca anche questa: pentole che bollono dove prima c’erano solo ore vuote; ricette che insegnano più di molte prediche; profumi che riempiono corridoi abituati all’odore di disinfettante. Dionisi racconta di uomini che, grazie a progetti come questo, riscoprono un’identità diversa da quella di “detenuto”. E capiscono che la pena può essere un tempo di responsabilità, non solo di attesa.

Nel libro scorrono testimonianze raccolte per Radio Vaticana e per l’Osservatore Romano: educatori, volontari, agenti penitenziari, ma soprattutto carcerati. Gente che parla di errori commessi e di seconde possibilità, di famiglie lontane e di sogni minuscoli. “Le prigioni più difficili da aprire – scrive Dionisi – sono quelle che portiamo dentro”. Parole che suonano come uno schiaffo a una società abituata a ridurre tutto in bianco o nero.

La cronaca delle carceri italiane è spesso fatta di numeri: sovraffollamento, suicidi, mancanza di fondi. Qui invece diventa racconto umano. Diventa il volto di chi cerca un lavoro una volta fuori, di chi studia, di chi prova a cambiare strada. Dionisi non nasconde le ombre del sistema, ma rifiuta l’idea che il carcere debba essere solo punizione. La pena, ricorda, non è vendetta.

Leggere Le loro prigioni significa attraversare cancelli arrugginiti e pregiudizi altrettanto duri. Significa capire che dietro ogni cella c’è una storia che continua. E che progetti come “Cucinare Al Fresco”, laboratori, scuole, attività culturali non sono favori concessi ai detenuti, ma strumenti indispensabili per restituirli un giorno alla società.

In un Paese che troppo spesso preferisce voltarsi dall’altra parte, il libro di Dionisi ha il sapore forte di un atto civile. Una cronaca necessaria, scritta con rispetto e con passione. Per ricordarci che la vera misura di una democrazia non si vede nei tribunali, ma nelle sue carceri.