Negli ultimi anni è diventata una delle sfide più complesse della gestione dei rifiuti urbani, dove normativa ambientale, sostenibilità e innovazione tecnologica si incontrano.
Fino a pochi anni fa la soluzione più diffusa era il conferimento diretto in discarica. Un sistema semplice ma costoso, che comportava la perdita completa di materiali potenzialmente recuperabili.
Oggi lo scenario sta cambiando. Nel quadro dell’economia circolare, anche i residui dello spazzamento stradale vengono sempre più considerati una risorsa da recuperare, in particolare per la produzione di inerti riutilizzabili nei cantieri e nelle infrastrutture.
Il nodo tecnico del codice EER 20 03 03
Nel catalogo europeo dei rifiuti, i materiali derivanti dalla pulizia delle strade sono classificati con il codice EER 20 03 03.
Si tratta di una matrice particolarmente complessa. Non è composta soltanto da sabbia e ghiaia: al suo interno si trovano residui organici, mozziconi di sigaretta, frammenti di asfalto, plastiche leggere e altre impurità.
Il problema principale riguarda però gli inquinanti invisibili. Il traffico veicolare rilascia nel tempo metalli pesanti – come zinco, rame, nichel e piombo – derivanti dall’usura di freni e pneumatici, oltre a residui di idrocarburi che si legano alle particelle di polvere.
Per questo motivo la sola separazione meccanica non è sufficiente. Per recuperare realmente gli inerti è necessario un processo di trattamento chimico-fisico capace di rimuovere i contaminanti dalla matrice minerale.
Solo così il materiale può essere riclassificato come materia prima seconda (MPS) e reimmesso nel ciclo produttivo.
Cosa prevede la normativa: il D.Lgs. 116/2020
Un passaggio importante è arrivato con il decreto legislativo 116/2020, che ha aggiornato il quadro normativo sui rifiuti.
Il provvedimento stabilisce che i rifiuti da spazzamento stradale rientrano nella categoria dei rifiuti urbani, come previsto dall’articolo 183 del Testo Unico Ambientale.
Questo significa che possono essere conteggiati nelle percentuali di raccolta differenziata dei comuni, ma solo se avviati effettivamente a recupero di materia.
Per le amministrazioni locali si tratta di un cambio di prospettiva: da costo inevitabile a indicatore di performance ambientale, a condizione che esista una filiera industriale capace di trattare questi materiali.
Responsabilità e rischi nella gestione dei rifiuti
La normativa resta comunque molto severa.
L’articolo 256 del D.Lgs. 152/2006 prevede sanzioni penali per chi effettua attività di gestione dei rifiuti senza autorizzazione. Anche nel caso di rifiuti non pericolosi, il trattamento o il trasporto non autorizzato può comportare arresto fino a un anno e sanzioni economiche significative.
Per questo motivo gli operatori del settore devono garantire processi industriali tracciabili e conformi alle autorizzazioni ambientali.
Soil washing: la tecnologia che permette il recupero
Per trattare efficacemente questi materiali si sta diffondendo una tecnologia nota come soil washing, già utilizzata nella bonifica dei suoli contaminati.
Il principio è relativamente semplice: l’acqua viene utilizzata come mezzo per separare le particelle contaminanti dalla frazione minerale. Gli inquinanti tendono infatti a concentrarsi nelle particelle più fini, come limi e argille.
Attraverso sistemi di lavaggio, classificazione granulometrica e trattamento delle acque è possibile recuperare sabbie e ghiaie pulite e riutilizzabili.
In Italia diverse realtà industriali stanno sviluppando soluzioni tecnologiche in questo ambito. Tra queste si colloca anche il lavoro portato avanti da aziende specializzate nel trattamento degli inerti, come il Gruppo Esposito, che negli ultimi anni ha sviluppato impianti dedicati al recupero dei materiali da spazzamento stradale.
Uno degli elementi più rilevanti di questi impianti è la gestione del ciclo dell’acqua, con sistemi che permettono di recuperare oltre l’80% dell’acqua di processo, riducendo l’impatto ambientale complessivo del trattamento.
Come funziona un impianto di trattamento
Un impianto di soil washing applicato ai rifiuti da spazzamento stradale prevede generalmente diverse fasi operative:
- distacco degli inquinanti: l’energia meccanica dell’acqua stacca lo sporco dai solidi;
- classificazione granulometrica: idrocicloni e vagli dividono il materiale per dimensione;
- trattamento acque: flocculazione e chiarificazione per pulire il liquido di lavaggio;
- rimozione del leggero: separazione di plastiche e organico che galleggiano;
- disidratazione fanghi: filtropressatura dei limi inquinati per ridurne al minimo il volume.
I numeri del recupero in Italia
Secondo il Rapporto Rifiuti Urbani ISPRA, negli ultimi anni il recupero dei rifiuti da spazzamento stradale è cresciuto in modo costante.
Nel 2024 sono state avviate a recupero oltre 507.000 tonnellate di questi materiali, contro le circa 422.000 tonnellate registrate nel 2020.
Si tratta ancora di una quota limitata rispetto al totale della raccolta differenziata nazionale, ma rappresenta un segmento in forte evoluzione.
Dal punto di vista economico, il costo medio del servizio di spazzamento per abitante è stimato intorno ai 27 euro annui, con differenze significative tra territori dovute soprattutto ai costi di trasporto verso gli impianti di trattamento.
Dal rifiuto alla risorsa
Il vero punto di arrivo della filiera è la produzione di materie prime seconde certificate, come sabbie e ghiaietti riutilizzabili nelle opere civili.
Questi materiali permettono di ridurre il consumo di inerti di cava e contribuiscono al rispetto dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) negli appalti pubblici.
In questo modo, ciò che un tempo era considerato soltanto uno scarto diventa una risorsa per il settore delle costruzioni, chiudendo il ciclo dell’economia circolare anche nella gestione dei rifiuti urbani.