La crescente instabilità geopolitica internazionale con la guerra in Iran e le tensioni lungo le principali rotte energetiche stanno avendo ripercussioni dirette anche sul settore farmaceutico. Il blocco dello Stretto di Hormuz, insieme all’aumento dei costi energetici e delle materie prime, mette a rischio la continuità delle forniture e la disponibilità di farmaci essenziali in Europa.
L’allarme lanciato da Confindustria preoccupa tutti.
Crisi nello Stretto di Hormuz e fragilità della filiera farmaceutica
Accanto allo scenario geopolitico, il settore farmaceutico deve affrontare trasformazioni strutturali della competizione globale e delle politiche industriali internazionali. Negli Stati Uniti, l’introduzione del principio della Most Favored Nation (MFN), che lega i prezzi dei farmaci ai livelli più bassi registrati in altri Paesi avanzati, sta ridefinendo gli equilibri del mercato globale e attraendo enormi flussi di investimenti, stimati in circa 400 miliardi di dollari nei prossimi anni.
Per l’Europa, questo si traduce nel rischio di una perdita di competitività e di investimenti potenzialmente inferiori per circa 100 miliardi di euro.
In questo scenario, emerge anche la crescente dipendenza europea dalle catene di fornitura internazionali, in particolare da Cina e India per i principi attivi. Come sottolineato da Adolfo Urso, “Bisogna garantire l’autonomia strategica del continente europeo nell’approvvigionamento delle materie prime, in questo caso dei principi attivi, che sono l’elemento base dell’Industria farmaceutica e in cui dipendiamo troppo dagli altri attori, soprattutto dagli attori asiatici”. Una vulnerabilità che si intreccia con le dinamiche energetiche e con l’aumento dei costi delle materie prime.
Anche secondo Lucia Aleotti il quadro è delicato, perché il settore “potrebbe andare a rischio di carenze perché le forniture a livello globale sono tutte connesse”. Le tensioni sui costi energetici e sui materiali di confezionamento aggravano ulteriormente la situazione, rendendo probabili limitazioni nell’approvvigionamento già nei prossimi mesi, con effetti attesi tra estate e periodo successivo. Nel complesso, la combinazione tra crisi geopolitiche, dipendenze produttive e nuove strategie globali rischia di ridisegnare profondamente il settore, imponendo all’Europa una risposta industriale più coordinata per garantire resilienza, autonomia e continuità produttiva.
“Rischiamo gravi carenze di farmaci”. Guerra in Iran: l’allarme di Confindustria
Il blocco dello Stretto di Hormuz rischia di produrre effetti rilevanti sull’intero comparto farmaceutico, con la concreta possibilità, nel giro di pochi mesi e già a partire dalla stagione estiva, di una carenza di medicinali essenziali. Tra questi rientrano farmaci di uso quotidiano come paracetamolo, antibiotici, antidiabetici e persino terapie oncologiche, la cui produzione dipende in larga misura da precursori di origine petrolchimica provenienti dall’area del Golfo e trasportati proprio attraverso lo stretto.
L’allarme è stato rilanciato dal presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, che evidenzia come il conflitto in Iran rappresenti un ulteriore shock per un settore già provato da crisi successive. Come riportato dall’Ansa: “La guerra in Iran sta determinando il terzo shock in 4 anni (dopo l’Ucraina e la crisi del mar Rosso) che colpisce simultaneamente logistica, energia e i costi di tutti i fattori di produzione”. La conseguenza è una pressione crescente su costi e approvvigionamenti, con effetti già visibili lungo tutta la catena del valore.
Secondo le analisi riportate, si registrano aumenti significativi dei principi attivi, con variazioni che vanno indicativamente dal 20 fino al 60 per cento nei casi più critici. Anche il packaging risente della crisi: l’alluminio segna incrementi intorno al 20 per cento, mentre plastiche e PVC oscillano tra il 20 e il 35 per cento. Come riportato da Cattani, “Vediamo un +25% per l’alluminio, il vetro e la carta degli imballaggi, ma anche un +15% sugli ingredienti attivi”, con il rischio che il protrarsi del conflitto renda sempre più instabile la disponibilità delle materie prime.