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Intervista a Fabio Savi: la versione che nega coperture e rimette il movente sui soldi

Intervista a Fabio Savi: la versione che nega coperture e rimette il movente sui soldi

Fabio Savi, intervistato a Quarto Grado il 29 maggio, respinge le suggestioni di coperture e definisce il denaro l'unico movente della Uno Bianca

La vicenda della Banda della Uno Bianca torna al centro dell’attenzione dopo le recenti interviste televisive dei fratelli Savi. Il 29 maggio, durante la trasmissione Quarto Grado su Rete 4, Fabio Savi ha rilasciato dichiarazioni che contraddicono direttamente le affermazioni rese giorni prima da Roberto Savi in un altro programma.

Le parole di Fabio rimettono in chiaro la sua versione dei fatti e rigettano l’ipotesi di una copertura da parte di apparati statali.

La smentita pubblica e il nodo delle coperture

Nell’intervista condotta da Francesca Carollo, Fabio Savi ha escluso qualsiasi coinvolgimento dei servizi segreti nelle azioni criminali messe a segno tra il 1987 e il 1994.

Secondo la sua ricostruzione, non esisteva «nessuna strategia del terrore», ma operazioni guidate da obiettivi materiali: targhe, paraurti e fanali, come lui stesso ha sintetizzato. La replica è diretta alle insinuazioni del fratello, che aveva ipotizzato protezioni e intrecci con ambienti esterni.

Perché Fabio nega la teoria della copertura

Fabio afferma che l’ipotesi di protezioni appare implausibile anche per ragioni pratiche legate ai turni di lavoro e alla logistica delle forze coinvolte: «Come poteva mio fratello stare tre giorni a Roma ogni settimana con i turni di servizio che non lo permettevano?».

Inoltre, rivendica la propria condizione di detenuto da oltre trentadue anni come prova che non sia mai stato «protetto»: «Protetto io? Sono in galera da 32 anni…».

Il movente: il denaro al centro della ricostruzione

Una delle linee portanti dell’intervista è la definizione del movente. Fabio insiste che dietro alle azioni della banda c’era un’unica ragione concreta: il guadagno economico. Riprendendo una sua frase ormai nota, ha descritto gli obiettivi pratici delle rapine e delle violenze, sminuendo letture complottiste o di natura politica. Per lui, non c’erano trame più ampie: solo rapine pianificate per appropriarsi di somme e beni.

Racconti di episodi e responsabilità

Nel corso dell’intervista Fabio ha poi ripercorso alcuni episodi simbolo, tra cui il duplice omicidio del 21 maggio 1991, citando circostanze che, secondo la sua versione, portarono ai tragici spari. Ha ammesso la sua responsabilità nei fatti ma, allo stesso tempo, ha respinto interpretazioni che volessero aggiungere motivazioni politiche o servire a giustificare i delitti con coperture esterne.

Il rapporto con le vittime, il carcere e il percorso di riabilitazione

Parlando della reazione alle vittime e delle richieste di scuse, Fabio Savi ha espresso un senso di tormento ma ha spiegato anche il motivo per cui non ha scritto lettere di scuse: secondo lui una missiva avrebbe avuto un sapore «utilitaristico e strumentale». Nel raccontare gli anni in carcere ha descritto il percorso personale di trasformazione: dall’isolamento alla formazione in ambito informatico e cybersecurity fino al conseguimento di una certificazione specifica.

Tentativi di mediazione e giustizia riparativa

Negli ultimi anni, Fabio dice di aver provato avvicinamenti alla dimensione della giustizia riparativa e della mediazione penale, con contatti indiretti verso associazioni legate ai familiari delle vittime. Ha raccontato di un netto rifiuto da parte di alcuni parenti, sentimento che comprende e rispetta. In questo quadro ribadisce la disponibilità a un confronto, purché non invadente o persecutorio.

Reazioni esterne e altre testimonianze

Le nuove dichiarazioni di Fabio si inseriscono in un dibattito che si è riacceso dopo la puntata in cui Roberto Savi aveva avanzato ipotesi alternative sulla genesi delle indagini e sulla presunta trasformazione di testimoni. Tra le persone coinvolte nella memoria storica del caso c’è Eva Mikula, ex compagna di Fabio, che ha commentato pubblicamente le parole di Roberto definendole dolorose e confermando di sentirsi una «sopravvissuta». Anche queste reazioni contribuiscono a tenere vivo il confronto pubblico sulle responsabilità e sulle diverse versioni.

Nel complesso, l’intervista andata in onda il 29 maggio su Rete 4 ha offerto una narrazione opposta a quella emersa in precedenza, riaffermando alcuni elementi centrali del fascicolo giudiziario e respingendo le suggestioni di collegamenti istituzionali. La vicenda resta aperta nelle coscienze pubbliche: da una parte le ammissioni e i tentativi di spiegazione degli imputati condannati, dall’altra il dolore delle famiglie e la ricerca di verità da parte della società.