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Indagini su Giovanna e Bice Messina Denaro: no all'arresto deciso dal gip

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La procura aveva avanzato anche il sospetto di associazione mafiosa; il gip ravvisa gravi indizi ma ritiene superflue le misure cautelari dopo la morte del boss, e la Dda ha impugnato la decisione

La vicenda giudiziaria che coinvolge le sorelle di Matteo Messina Denaro ha subito un nuovo sviluppo con l’apertura di un fascicolo della Dda di Palermo per il reato di procurata inosservanza della pena. Le indagini, avviate dalla procura distrettuale antimafia, riguardano in particolare Giovanna e Bice Messina Denaro, accusate di aver favorito la sottrazione del fratello alla cattura durante la sua lunga latitanza.

Il quadro processuale è complesso: la Dda aveva inizialmente ipotizzato anche il reato di associazione mafiosa e richiesto l’applicazione della misura cautelare in carcere.

La decisione del gip e le motivazioni

Il giudice per le indagini preliminari, pur riconoscendo l’esistenza di gravi indizi di colpevolezza a carico delle due sorelle, ha però ritenuto superflua la custodia cautelare.

In particolare il gip ha valutato che, dopo la morte del capomafia Matteo Messina Denaro (deceduto nel settembre 2026), siano venute meno le esigenze che giustificano la misura. Questa valutazione riguarda sia il pericolo di reiterazione del reato sia il rischio di inquinamento delle prove: elementi che il giudice ha ritenuto non sussistenti in funzione dell’attuale contesto investigativo.

L’impugnazione della decisione

La procura non si è rassegnata al diniego e ha presentato ricorso al Tribunale del Riesame per ottenere una revisione della decisione del gip. I magistrati della Dda di Palermo chiedono che venga valutata nuovamente la necessità della misura cautelare, aggiungendo che il quadro indiziario è articolato e supportato da elementi investigativi che, a loro avviso, giustificano l’arresto. L’iter processuale proseguirà quindi con l’esame del Riesame, dove verranno rimesse al vaglio le valutazioni sulla sussistenza delle esigenze cautelari e sulla qualificazione giuridica dei fatti.

Il contesto familiare e altri procedimenti

Accanto alle posizioni di Giovanna e Bice, il panorama giudiziario della famiglia Messina Denaro è già segnato da condanne e detenzioni. Una delle sorelle, Rosalia Messina Denaro, è attualmente in carcere per scontare una pena di 14 anni per reati connessi alla mafia. Patrizia ha scontato una pena analoga ed è stata rilasciata a luglio, mentre il fratello maggiore Salvatore è tornato libero. Tra i nuclei familiari coinvolti figurano anche il nipote Francesco Guttadauro e il suocero Filippo Guttadauro, con posizioni carcerarie che in passato sono state definite con espressioni come ergastolo bianco per indicare modalità particolari di esecuzione della pena.

Altri nomi e sentenze correlate

Restano sul piano giudiziario altre figure collegate alla famiglia: Gaspare Como, marito di Bice, è stato condannato in appello a 22 anni in relazione a reati di mafia; la Cassazione ha poi disposto il rinvio del processo al secondo grado per il ricalcolo della pena. È deceduto in carcere Rosario Allegra, marito di Giovanna. Un altro congiunto, Vincenzo Panicola, ha scontato una pena di 8 anni ed è stato scarcerato. Questi sviluppi mostrano come l’attività giudiziaria si sia sviluppata su più fronti, coinvolgendo non solo i membri diretti della famiglia ma anche persone legate da vincoli matrimoniali.

Le perquisizioni e gli accertamenti della Dda

Come parte dell’inchiesta la Dda di Palermo ha disposto perquisizioni mirate, tra cui l’intervento nell’abitazione e nello studio legale di un’avvocatessa di Campobello di Mazara, ora deceduta, che in passato ha svolto difese per soggetti collegati alla latitanza di Matteo Messina Denaro. L’operazione è stata eseguita alla presenza del pubblico ministero Gianluca De Leo e ha riguardato anche i locali dello studio, attualmente gestito dal figlio della professionista. Le perquisizioni rientrano nelle attività volte a ricostruire canali di aiuto e relazioni che avrebbero favorito la sottrazione del ricercato alla cattura.

Le azioni sul campo e le scelte giudiziarie rappresentano passaggi significativi in un fascicolo che unisce aspetti di cronaca giudiziaria e di lotta alla mafia. Il pronunciamento del gip e la successiva impugnazione del provvedimento porteranno ora all’esame del Tribunale del Riesame, dove si deciderà se confermare il mancato ricorso a misure cautelari o se invece disporre nuove misure. Nel frattempo, le perquisizioni proseguono come strumento per acquisire elementi utili a chiarire il ruolo delle persone indagate e l’eventuale sussistenza di una rete di protezione durante la latitanza del boss.