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How to Feed the Planet: il documentario che collega risorse alimentari e guerre

How to Feed the Planet: il documentario che collega risorse alimentari e guerre

Il regista Francesco De Augustinis chiude il progetto ONE EARTH con un film che mette sotto lente la sicurezza alimentare, la dieta mediterranea e il ruolo dell'agribusiness nelle crisi contemporanee

Il documentario How to Feed the Planet di Francesco De Augustinis propone una riflessione urgente sul rapporto tra produzione di cibo e instabilità geopolitica. Attraverso immagini e testimonianze raccolte in diverse aree del mondo, il film solleva la domanda fondamentale su come garantire cibo sufficiente per una popolazione in crescita senza distruggere ecosistemi o alimentare nuove tensioni.

L’opera sarà presentata in anteprima il 11 aprile al Nuovo Cinema Aquila durante il Festival delle Terre, la rassegna organizzata dal Centro Internazionale Crocevia. La proiezione, prevista sabato 11 aprile alle 21, sarà seguita da un dibattito che approfondirà i temi del film e le proposte per un modello diverso di gestione delle risorse.

Un percorso tra passato e presente

De Augustinis costruisce il racconto come un doppio viaggio: temporale e geografico. Dal Cilento, dove Ancel Keys codificò il concetto che poi divenne noto come dieta mediterranea originale, il regista ripercorre come quel modello sia stato trasformato in uno strumento commerciale e politico. Il film si spinge fino a Boston per mostrare come alcuni principi alimentari siano stati reinterpretati dalla ricerca e dal mercato, mentre il progetto ONE EARTH collega queste trasformazioni alle conseguenze globali dell’aumento della produzione agroalimentare.

La mistificazione della dieta mediterranea

Nell’analisi proposta, la dieta mediterranea emerge come esempio di un concetto che ha perso parte del suo significato originario: da modello sano e locale è diventato spesso un marchio commerciale usato per promuovere esportazioni e influenzare norme. De Augustinis invita a distinguere tra la pratica storica di consumo di prodotti locali e stagionali e l’uso moderno del termine come leva economica, sottolineando la necessità di recuperare i principi autentici per un uso sostenibile delle risorse.

Conflitti per il cibo: dall’Ucraina al Congo

Il documentario sposta poi lo sguardo sulle aree dove il controllo della terra e delle risorse agricole è già fonte di scontro. In Ucraina, definita in anni recenti il “granaio d’Europa”, così come in vaste zone dell’Argentina o nella Repubblica Democratica del Congo, la competizione per terreni fertili e per l’accesso all’acqua si intreccia a interessi commerciali internazionali. De Augustinis osserva come l’espansione della produzione di soia e altre commodity, spesso destinate all’export o ai mangimi, stia alterando economie locali e generando fratture sociali.

Pressioni dell’agribusiness e scenari locali

Interviste con produttori e attivisti mostrano che le acquisizioni di grandi estensioni di terra da parte di multinazionali possono provocare espulsioni di comunità, deforestazione e modifica dei circuiti produttivi tradizionali. Nel film si parla dell’impatto della filiera della soia, in parte destinata a biocarburanti o all’allevamento intensivo, e di pratiche come l’uso massiccio di fertilizzanti spruzzati dall’alto, che hanno ripercussioni ambientali e sociali. È messo in luce il legame tra risorse agricole e dinamiche di potere a scala regionale e globale.

Verso un modello alternativo

Le soluzioni proposte dal documentario non sono tecnologiche soltanto: De Augustinis invita a scelte politiche e sociali. Tra le proposte emergono la valorizzazione dell’agricoltura su piccola scala, il ripensamento del consumo di proteine animali e la pianificazione dell’uso del suolo tenendo conto dei contesti politici e delle diseguaglianze. Si discute anche di meccanismi di responsabilità ambientale, come una tassa che ponga un prezzo al consumo di risorse naturali analogamente alla carbon tax, per rendere espliciti i costi di deforestazione e sfruttamento idrico.

Un esempio pratico evocato nel film riguarda la responsabilità delle aziende che trasferiscono produzioni nei Paesi in via di sviluppo: dall’inquinamento dovuto a imballaggi alle difficoltà nello smaltimento dei rifiuti plastici, il regista ricorda che trasferire la filiera senza assumersi i costi ambientali e sociali equivale a scaricarli sulle comunità locali.

Una scelta politica per il futuro

In chiusura il documentario pone una domanda esplicita: vogliamo continuare un modello basato sullo sfruttamento che rischia di causare sempre più conflitti, oppure scegliere una strada che promuova equità, tutela ambientale e pace? La risposta, secondo De Augustinis, passa per decisioni collettive su consumo, regolazione e produzione. Scegliere un nuovo modello è una scelta politica che determina se il futuro sarà segnato da tensioni crescenti o da strategie di coesistenza e prosperità condivisa.