La cattura di Nicolás Maduro da parte di forze statunitensi a inizio 2026 non è semplicemente una notizia: è un segnale, un precedente e un punto di rottura nello scacchiere internazionale. Il regime venezuelano è stato chiuso e autoritario, incapace di garantire dignità e prosperità alla sua gente. È una critica condivisibile e fondata. Come osservava Eric Hobsbawm parlando dei regimi borbonici: “la negazione di Dio” consiste nella cancellazione di ogni orizzonte morale e collettivo.
Maduro ha governato nello stesso modo: corrotto, opaco, autoritario. Su questo non servono indulgenze. Ma proprio per questo il metodo conta. La forma dell’intervento statunitense – militare, unilaterale, extragiudiziale – apre una ferita più ampia della crisi venezuelana stessa. La Dottrina Monroe, concepita nel 1823 per opporsi a potenze europee che tornassero a colonizzare l’America, oggi viene evocata come giustificazione per un’azione che nulla ha di difensivo né di legittimo nel diritto internazionale. Arrestare un capo di Stato sovrano e trasportarlo su suolo straniero non è tutela della democrazia: è esercizio di potenza. È l’idea che la forza possa sostituire il diritto e che l’egemonia possa farsi giurisdizione. Questa operazione è stata criticata da molte capitali del mondo. Canada e Brasile hanno sottolineato l’importanza di un processo guidato dai venezuelani nel rispetto della loro sovranità, non imposto dall’esterno, pur riconoscendo gli abusi del regime precedente. In Sudafrica, manifestanti e politici hanno denunciato l’intervento come violazione della sovranità e invocato il rispetto del diritto internazionale. All’ONU il Segretario Generale ha definito la violazione delle norme internazionali “un precedente pericoloso”. Il problema non è Maduro. Il problema è il precedente. Se una superpotenza decide di intervenire ovunque, quando vuole, con la logica del “ristabilire l’ordine”, allora il diritto internazionale diventa un’opzione e non una regola. Quanto accaduto in Venezuela potrebbe domani essere giustificato altrove con altre etichette: sicurezza, narcotraffico, terrorismo o “emergenza umanitaria”. E altri Stati, di qualunque colore politico o ideologia, potrebbero sentirsi legittimati a fare lo stesso. Il paradosso è evidente: si dice di voler esportare la democrazia usando strumenti che la negano, si invoca la legalità violando la sovranità, si combattono regimi autoritari adottandone, nei fatti, la logica decisionale. Chi esulta oggi dovrebbe fermarsi un momento: se accettiamo che il mondo funzioni così – per raid, arresti mirati, governi rovesciati senza mandato multilaterale – allora nessuno Stato è davvero al sicuro, nemmeno quelli che oggi si sentono dalla parte “giusta” della storia. La crisi venezuelana meritava una soluzione internazionale, faticosa, multilaterale, imperfetta ma legittima. Non un atto di forza che somiglia più a un regolamento di conti geopolitico che a un intervento per il bene dei popoli. Se per abbattere un tiranno siamo disposti a sospendere le regole che da decenni hanno garantito un ordine globale (pur con le sue contraddizioni), allora rischiamo di perdere il diritto non solo di chiamarci democratici, ma di essere credibili come tali.