Vincenzo Schettini, docente noto per il progetto “La fisica che ci piace”, è al centro di una polemica nata dopo alcune sue osservazioni fatte nel podcast BSMT con Gianluca Gazzoli. Le frasi sulle possibilità di proporre contenuti culturali a pagamento hanno scatenato reazioni contrastanti sui social: c’è chi ha frainteso le intenzioni, chi ha criticato apertamente.
Dai documenti in nostro possesso emerge una vicenda sfaccettata: precisazioni pubbliche da parte di Schettini, la testimonianza anonima di un ex studente e segnali di sostegno formale da parte di rappresentanti scolastici. Qui ricostruiamo i passaggi principali e le questioni culturali che sono venute a galla.
Le prove raccolte
La controversia è partita dalla registrazione del podcast e si è rapidamente diffusa tramite post e commenti online. I documenti indicano una sequenza netta: pubblicazione della conversazione, replica pubblica di Schettini e la comparsa della testimonianza anonima dell’ex studente. Nei materiali ci sono anche comunicazioni ufficiali di esponenti dell’istituto che esprimono solidarietà. In sostanza, il confronto si è sviluppato su più livelli: personale, istituzionale e pubblico.
La frase che ha acceso il dibattito
Nel corso dell’intervista Schettini ha tracciato una distinzione tra “scuola” e “cultura”: ha ribadito che la scuola è un diritto costituzionale da garantire a tutti, ma ha anche sostenuto che esistono spazi culturali che possono essere proposti al pubblico a pagamento. Molti hanno interpretato queste parole come un’apertura alla mercificazione dell’istruzione; altri — dai verbali — hanno rilevato che l’intento dichiarato era diverso: separare l’istruzione obbligatoria dalle iniziative extra‑scolastiche (come mostre, libri, eventi o contenuti editoriali a pagamento). È stato proprio questo confine tra diritto e mercato a far partire la discussione pubblica.
La replica di Schettini
Nelle ore successive alla polemica, Schettini ha pubblicato un video per chiarire la propria posizione. Ha negato di aver proposto lezioni a pagamento in orario scolastico e ha spiegato di voler difendere il diritto dei professionisti dell’insegnamento a valorizzare attività svolte fuori dal servizio pubblico. Per chiarire il punto, ha fatto un paragone con altri settori: specialisti della sanità pubblica possono a volte offrire prestazioni private, senza che questo automaticamente provochi scandalo. La sua risposta ha spostato il fulcro del dibattito sul confine tra impegno istituzionale e iniziative private.
Accuse anonime e solidarietà degli studenti
Un’ex studente, restata anonima, ha sostenuto che alcune ore di lezione sarebbero state usate per produrre video per YouTube anziché per l’attività didattica ordinaria. La segnalazione, rilanciata sui social, ha accelerato la polemica. I rappresentanti d’Istituto dell’IISS “Luigi dell’Erba” hanno però contestato quella versione, chiedendo documentazione ufficiale prima di trarre conclusioni. Secondo i verbali, il dibattito si è concentrato soprattutto sulla distinzione tra attività svolte in orario curriculare e iniziative editoriali esterne; sono state avviate verifiche formali e richieste di visionare le registrazioni delle lezioni.
La nota della comunità scolastica
Dopo l’apertura degli accertamenti interni, gli studenti hanno pubblicato una dichiarazione firmata in cui prendono le distanze dalle accuse anonime e manifestano piena solidarietà al docente. Nella nota si sottolinea l’assenza di lamentele formali inviate alla dirigenza e si apprezzano i metodi didattici adottati, ritenuti utili per avvicinare gli alunni a una materia complessa. I firmatari ricordano anche l’aspetto umano del rapporto con l’insegnante e chiedono che ogni valutazione passi attraverso l’esame delle registrazioni e degli atti ufficiali già richiesti.
Il contesto più ampio: divulgazione, mercato e professione
Questa vicenda non è soltanto una polemica locale su comportamenti individuali. Interroga il modo in cui si organizza la divulgazione scientifica nell’era digitale: da una parte c’è l’esigenza di difendere l’accesso libero all’istruzione, dall’altra la necessità di trovare risorse per sostenere progetti culturali complessi. La commistione tra ruolo pubblico e presenza sui canali digitali solleva questioni di conflitto d’interesse e di regolamentazione che richiedono un confronto più ampio e norme più chiare.
Un dibattito necessario
Il caso mette in luce due piani distinti ma collegati: la separazione tra istruzione pubblica e offerte culturali a pagamento, e il modo in cui la comunità affronta le controversie sui social. Serve responsabilità collettiva: confronto civile, verifica delle informazioni e prudenza prima di emettere giudizi affrettati. Non si tratta solo dell’operato di un singolo docente, ma della ridefinizione del ruolo degli insegnanti nel sistema pubblico e dei confini tra attività istituzionale e iniziative private rivolte al pubblico.
Ulteriori accertamenti
I documenti mostrano scambi di comunicazioni tra genitori, docenti e amministrazione scolastica e alcune segnalazioni formali di studenti. Al momento, non emergono prove che risorse o tempi scolastici obbligatori siano stati impiegati per promuovere iniziative private; restano però in sospeso dubbi sul confine comunicativo tra attività didattica e divulgativa. La ricostruzione indica una sequenza chiara: segnalazione, verifiche interne, confronto con il docente e aperture al dialogo con le famiglie. Le attività divulgative sono proseguite, secondo i materiali visionati, separatamente dalle lezioni curriculari.
I protagonisti
Al centro della vicenda ci sono l’ex studente che ha segnalato i fatti, i rappresentanti d’Istituto, il docente coinvolto e le autorità scolastiche competenti. Schettini ha risposto pubblicamente alle contestazioni spiegando le finalità educative delle sue iniziative. Famiglie e comunità scolastica hanno chiesto trasparenza e garanzie sul rispetto delle regole, sollecitando chiarimenti e verifiche.
Le prove raccolte
La controversia è partita dalla registrazione del podcast e si è rapidamente diffusa tramite post e commenti online. I documenti indicano una sequenza netta: pubblicazione della conversazione, replica pubblica di Schettini e la comparsa della testimonianza anonima dell’ex studente. Nei materiali ci sono anche comunicazioni ufficiali di esponenti dell’istituto che esprimono solidarietà. In sostanza, il confronto si è sviluppato su più livelli: personale, istituzionale e pubblico.0
Le prove raccolte
La controversia è partita dalla registrazione del podcast e si è rapidamente diffusa tramite post e commenti online. I documenti indicano una sequenza netta: pubblicazione della conversazione, replica pubblica di Schettini e la comparsa della testimonianza anonima dell’ex studente. Nei materiali ci sono anche comunicazioni ufficiali di esponenti dell’istituto che esprimono solidarietà. In sostanza, il confronto si è sviluppato su più livelli: personale, istituzionale e pubblico.1