Negli ultimi giorni il ruolo del Pakistan nel processo di mediazione tra Usa e Iran ha registrato un’accelerazione visibile, con due missioni separate che hanno cercato di ricreare spazio per il dialogo. Da una parte il capo dell’esercito pakistano, Field Marshal Asim Munir, ha concluso una visita a Teheran durata tre giorni durante la quale ha incontrato rappresentanti politico-militari e team negoziali; dall’altra il primo ministro Shehbaz Sharif ha chiuso una serie di tappe diplomatiche in Turkiye dopo aver visitato anche paesi del Golfo.
L’obiettivo dichiarato della politica di Islamabad è facilitare un ritorno al tavolo delle trattative e mantenere viva la traccia diplomatica.
Visite parallele e interlocuzioni di alto livello
La missione di Asim Munir a Teheran è stata presentata dall’esercito pakistano come un segnale della sua determinazione a promuovere una soluzione negoziata al confronto tra Usa e Iran.
Durante la permanenza Munir ha avuto colloqui con il presidente, il ministro degli esteri e il presidente del parlamento oltre ai vertici della struttura militare centrale iraniana. Questo scambio ha puntato a riaffermare il ruolo di Islamabad come facilitatore neutrale: un ruolo che i mediatori internazionali definiscono spesso come facilitazione diplomatica, ossia la creazione di condizioni favorevoli per colloqui diretti o indiretti.
Incontri chiave a Teheran
Nel corso dei colloqui a Teheran Munir ha dialogato anche con figure come il presidente del parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, e il negoziatore diplomatico, Abbas Araghchi, che avevano recentemente guidato una delegazione iraniana nei contatti diretti con gli Usa. Quei contatti, pur rappresentando il più alto livello di contatto diretto tra Washington e Teheran da decenni, non si sono tradotti in un accordo. L’incontro di Munir è stato dunque concepito come un tentativo di mantenere aperte le canalizzazioni e preparare il terreno per ulteriori sessioni di confronto.
Il giro del primo ministro e il tentativo di costruire consenso regionale
Parallelamente, il primo ministro Shehbaz Sharif ha svolto un pellegrinaggio diplomatico che lo ha portato al confronto con leader di Arabia Saudita, Qatar e Turkiye. Da Antalya, dove ha partecipato a un forum internazionale, Sharif ha parlato di ricordi positivi e di un rinnovato impegno per rafforzare i legami fraterni e la cooperazione sulla pace regionale. Il suo viaggio è stato pensato per tessere reti di supporto e ottenere endorsement regionali a favore della proposta pakistana di ospitare nuove fasi negoziali, e per ricordare che la diplomazia multilaterale resta cruciale nel cercare una soluzione stabile.
Il contesto più ampio e le pressioni sul terreno
La pressione per un’intesa è aumentata anche a causa di sviluppi sul campo, come la decisione iraniana di reimporre restrizioni sul Stretto di Hormuz dopo la riapertura avvenuta in seguito a un cessate il fuoco. L’Iran ha accusato gli Usa di aver violato un accordo che aveva permesso la riapertura della via marittima strategica, aumentando così la posta in gioco. Sullo sfondo resta anche la dichiarazione di figure politiche internazionali: l’ex presidente Donald Trump ha indicato la possibilità di un secondo ciclo di trattative in Pakistan, elogiando peraltro il lavoro di alcuni mediatori.
Prospettive pratiche e ostacoli sulla strada della pace
Nonostante il fermento diplomatico, permangono differenze sostanziali che ostacolano un accordo immediato. Le scorse trattative si sono concluse senza intesa, mentre un cessate il fuoco in vigore rischia di scadere il April 22, creando un orizzonte temporale ristretto per consolidare progressi. Islamabad punta a sfruttare i canali multilivello e il suo posizionamento geopolitico per ospitare e mediare nuovi incontri, ma il percorso resta complesso: servono concessioni reciproche, garanzie di monitoraggio e un quadro di fiducia che oggi è sottoposto a forti tensioni.
Il futuro immediato vedrà probabilmente altre sessioni diplomatiche in Pakistan e intensificarsi dei contatti tra capitali regionali ed esterni. La capacità di trasformare i colloqui in risultati concreti dipenderà dalla disponibilità delle parti a trovare soluzioni praticabili e da un consenso minimo tra attori che fino a oggi hanno mostrato grandi divergenze strategiche. In questa fase Islamabad prova a fungere da collante: una scommessa che, se avrà esito positivo, potrebbe modificare l’assetto della stabilità regionale.