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Moratoria e sicurezza a Hormuz: cosa prevedono le misure concordate dai Paesi alleati

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Il Consiglio Europeo ha inserito nelle conclusioni la richiesta di una moratoria sugli attacchi alle infrastrutture energetiche e idriche, mentre un gruppo di Paesi, inclusa l'Italia, si è offerto di contribuire a garantire il passaggio sicuro nello Stretto di Hormuz

Il quadro politico emerso a Bruxelles ha registrato un elemento nuovo e significativo: il Consiglio Europeo, nelle conclusioni dedicate al Medio Oriente, ha chiesto una moratoria sugli attacchi diretti alle infrastrutture energetiche e idriche. Questo passaggio, assente nelle bozze preparatorie, riflette una convergenza con la dichiarazione internazionale annunciata poco prima da un gruppo di Stati alleati: una presa di posizione volta a ridurre i rischi per il commercio marittimo e per la sicurezza delle forniture globali.

La comunicazione pubblica di questo pacchetto politico è stata anticipata dal Regno Unito: il primo ministro Keir Starmer ha annunciato un testo congiunto firmato inizialmente da sei Paesi — Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi e Giappone — cui si è poi aggiunto il Canada, con l’obiettivo di agevolare il passaggio sicuro delle navi nello Stretto di Hormuz. L’annuncio ha innescato reazioni a catena fra leader, con appelli alla de-escalation e prese di distanza pubbliche da parte di varie capitali.

Cosa contiene la dichiarazione congiunta

Il testo condiviso dai leader condanna fermamente gli attacchi a navi mercantili disarmate e agli impianti civili, comprese le infrastrutture di petrolio e gas, e sollecita l’Iran a cessare immediatamente azioni come il piazzamento di mine e gli attacchi con droni e missili. I Paesi firmatari richiamano esplicitamente la Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come base per iniziative multilaterali, e chiedono una moratoria immediata e generale sugli attacchi contro infrastrutture civili. Inoltre, esprimono la disponibilità a contribuire alla pianificazione e al supporto per garantire la libertà di navigazione e la protezione delle rotte commerciali essenziali.

Impatto sulle catene di approvvigionamento

I firmatari sottolineano che le interruzioni nello Stretto di Hormuz hanno effetti globali: dal rincaro energetico al possibile impatto sulle forniture alimentari per i paesi più vulnerabili. Nel comunicato si legge la preoccupazione per la stabilità delle catene di approvvigionamento e per la pace internazionale, e la promessa di fornire sostegno alle nazioni colpite attraverso strumenti multilaterali, compreso il ruolo delle Nazioni Unite e delle istituzioni finanziarie internazionali.

La posizione italiana e le tensioni interne

L’adesione dell’Italia al patto è stata accolta con attenzione anche sul fronte interno: il governo ha precisato che si tratta di un documento politico e non di un impegno militare. Il ministro degli Esteri ha voluto ribadire la natura non operativa del testo, mentre il titolare della Difesa ha negato che si tratti di un piano d’intervento bellico, sottolineando la necessità di una cornice multilaterale, preferibilmente offerta dall’ONU. Le opposizioni hanno reagito criticando la scelta, temendo un coinvolgimento più diretto nel conflitto, e il tema ha alimentato il dibattito pubblico e parlamentare.

Chiarimenti e linee rosse

Le autorità italiane hanno indicato come condizione imprescindibile la tregua e un’iniziativa multilaterale estesa prima di qualsiasi presenza operativa nello Stretto. I ministri hanno depotenziato letture allarmistiche sottolineando che il sostegno offerto riguarda funzioni di pianificazione, coordinamento e aiuto alle nazioni più colpite, non missioni autonome senza mandato internazionale.

Contesto geopolitico più ampio e riflessi sull’Unione

Nel contempo, la scena europea mostra crepe su altri fronti: il premier ungherese Viktor Orban ha bloccato l’erogazione di un prestito da 90 miliardi all’Ucraina, giustificando la scelta con motivi legati all’approvvigionamento energetico via oleodotto Druzhba. L’episodio ha scatenato critiche da varie capitali, che accusano Orban di usare la questione per scopi elettorali. Parallelamente, rapporti ufficiali indicano che l’UE ha fornito un sostegno all’Ucraina pari a 194,9 miliardi di euro, suddivisi tra assistenza finanziaria, aiuti militari e accoglienza dei rifugiati, segno della complessità delle priorità politiche europee.

Come proseguire? scenari e rischi

La situazione rimane fluida: la richiesta di una moratoria e la proposta di contribuire al passaggio sicuro nello Stretto di Hormuz sono passi diplomatici che cercano di limitare l’impatto economico e umanitario della crisi. Resta aperto il nodo della coesione europea tra priorità diverse — gestione della sicurezza marittima, solidarietà verso l’Ucraina e contenimento delle tensioni con l’Iran — e la necessità che ogni iniziativa sia incardinata in un quadro legale internazionale credibile.

In sintesi, il vertice e la dichiarazione congiunta del 19 marzo 2026 segnano una risposta multilivello: dalla presa di posizione formale del Consiglio Europeo alla disponibilità di singoli Paesi a sostenere operazioni di sicurezza marittima, il tutto mentre le divisioni interne all’Unione e le pressioni geopolitiche richiedono passi calibrati e coordinati per evitare un’ulteriore escalation.