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Pentagono chiede oltre 200 miliardi per l'operazione contro l'Iran: cosa cambia

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Trump smentisce l'invio di truppe di terra ma la richiesta di fondi, i raid sugli impianti energetici e le mosse diplomatiche mantengono alta la tensione il 19 marzo 2026

Il 19 marzo 2026 la Casa Bianca ha ribadito una posizione ambigua sul possibile coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel conflitto con l’Iran: il presidente ha negato di aver deciso l’invio di truppe di terra, aggiungendo però che «se lo facesse» non lo renderebbe noto. Nelle stesse ore il Pentagono ha presentato al governo una richiesta di finanziamento di oltre 200 miliardi di dollari per sostenere un conflitto prolungato, mentre attacchi contro impianti energetici nella regione hanno amplificato le preoccupazioni internazionali. In questo contesto la diplomazia europea e le capitali del Golfo valutano misure per proteggere la navigazione e contenere i danni economici e umanitari.

La posizione di Washington

Dal briefing del Pentagono sono emersi numeri e messaggi contrastanti: il segretario alla Difesa ha rivendicato centinaia di attacchi e risultati tattici, parlando di oltre 7.000 obiettivi colpiti e di danni alle infrastrutture navali iraniane, ma ha lasciato intendere che le cifre e le richieste di spesa possono modificarsi. Il presidente, interpellato dai giornalisti, ha confermato la volontà di non impiegare forze terrestri al momento, pur dichiarando di voler mantenere «tutte le opzioni» sul tavolo. Questo mix di rassicurazioni e di richieste finanziarie alimenta un senso di incertezza: il messaggio ufficiale è di evitare un coinvolgimento prolungato, ma i preparativi finanziari lasciano aperta la possibilità di una maggiore escalation.

Forze e possibili dispiegamenti

Fonti americane hanno confermato che il dispiegamento aggiuntivo valutato riguarderebbe soprattutto assetti aerei e navali, destinati in particolare a scortare petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz e a rafforzare la deterrenza marittima. Gli Stati Uniti contano già decine di migliaia di militari nella regione e un incremento di forze — pur non comprendendo necessariamente truppe di fanteria di massa — resta ipotesi sul tavolo. Un funzionario ha sottolineato che non c’è una decisione definitiva sull’invio di truppe di terra; nel frattempo il dibattito politico interno e le esigenze logistiche spingono il Pentagono a chiedere stanziamenti importanti per coprire operazioni e rifornimenti.

Attacchi alle infrastrutture energetiche e reazioni internazionali

Negli ultimi giorni si è registrata una concentrazione di attacchi contro impianti energetici nella regione: dall’Iran sono partite offensive con droni che hanno colpito le raffinerie di Mina Abdullah e Mina Al-Ahmadi in Kuwait e lo stabilimento Samref in Arabia Saudita, mentre un colpo a South Pars è stato attribuito a Israele e l’Iran ha risposto colpendo lo stabilimento di gas Ras Laffan in Qatar. Queste azioni hanno provocato una forte reazione diplomatica: il presidente francese ha invocato una moratoria sugli attacchi alle infrastrutture energetiche, la Commissione europea e leader di diversi Paesi sollecitano limitazioni ai bersagli che colpiscono acqua ed energia, e un gruppo di Stati ha offerto piani per proteggere la navigazione nell’area di Hormuz.

Ripercussioni sul mercato energetico

Le conseguenze economiche sono immediate: il prezzo del gas naturale è salito di circa il 35%, mentre il Brent ha registrato un aumento prossimo all’11%, toccando i 119 dollari al barile in alcuni scambi. Il ministro dell’Energia del Qatar ha stimato che i danni agli impianti di GNL ridurranno la capacità di esportazione di circa il 17%, con una perdita di entrate annuali stimata in 20 miliardi di dollari e tempi di ripristino che potrebbero oscillare tra i tre e i cinque anni. La prospettiva di dichiarare la forza maggiore su alcuni contratti a lungo termine ha impatti diretti su paesi importatori come Cina, Corea del Sud, Italia e Belgio.

Bilancio umano e dinamiche politiche

Sul piano umano il conflitto ha già un conto pesante: sono stati confermati 13 militari statunitensi uccisi da inizio ostilità, oltre a oltre 2.000 civili deceduti in Iran; in Libano il bilancio supera gli 800 morti e oltre un milione di persone risultano sfollate. Sul fronte politico, oltre alle richieste europee per una moratoria sugli attacchi alle infrastrutture, alcuni Paesi del Golfo e alleati occidentali hanno annunciato iniziative congiunte per la sicurezza marittima. Nel frattempo rapporti diplomatici si sono deteriorati: negli Emirati Arabi Uniti sono stati chiusi istituti legati all’Iran e il clima regionale rimane fortemente polarizzato. Le dichiarazioni di leader come il primo ministro israeliano e del segretario alla Difesa americano continuano a innalzare la posta, lasciando aperta la domanda su quanto a lungo l’azione militare potrà restare «misurata» senza trasformarsi in un conflitto su scala più ampia.

La situazione rimane fluida: da una parte si moltiplicano appelli a tutelare infrastrutture civili ed energetiche e a coinvolgere organismi multilaterali, dall’altra proseguono le operazioni militari e i piani di spesa che suggeriscono una preparazione a scenari prolungati. In assenza di una de-escalation credibile, la combinazione di costi finanziari, impatto sulle forniture energetiche e vittime civili rende urgente una mediazione capace di frenare ulteriori danni sia materiali che umani.