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Rothko: il suscitatore di atmosfere

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C’è una pittura che si guarda. E poi c’è una pittura che si attraversa.

Manca poco all’attesissima mostra su Mark Rothko, che si aprirà a Palazzo Strozzi il 14 marzo 2026. Una delle retrospettive più attese dell’anno in Italia, non soltanto per il peso storico dell’artista, ma per ciò che la sua opera continua a generare: silenzio, sospensione, vertigine.

Palazzo Strozzi mette a segno un altro colpo dopo il sold out dedicato a Beato Angelico. E si potrebbe dire, anche se a qualcuno potrà sembrare una provocazione che entrambi siano, come scrisse Gillo Dorfles ma di Rothko nel 1961 in “Ultime tendenze dell’arte oggi”, dei “suscitatori di atmosfere”.

Riaprire oggi quelle pagine significa ritrovare una definizione sorprendentemente attuale. Dorfles parlava delle “immense tele-pareti” di Rothko e di quell’“estremo silenzio delle profondità inesplorate” che si prova stando loro davanti. Non è un silenzio decorativo. È uno spazio che non descrive, ma avvolge.

Rothko stesso respingeva l’etichetta di pittore “astratto” e rifiutava di essere definito un semplice colorista. Il colore, nelle sue opere, non è superficie: è soglia. Non è ornamento: è esperienza. In una delle sue affermazioni più celebri dichiarava: «Un dipinto non rappresenta un’esperienza. È l’esperienza stessa».

Ed è qui che la sua pittura si fa radicale: elimina la narrazione, dissolve la figura, sospende la forma, per lasciare lo spettatore solo davanti a un campo emotivo essenziale.

La città che ha codificato lo spazio prospettico e la misura rinascimentale accoglie così un artista che quello spazio lo mette in crisi, lo svuota, lo rende vibrazione interiore. Le sezioni satellite al Museo di San Marco e nel Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana non saranno semplici estensioni logistiche, ma luoghi di confronto silenzioso.

L’accostamento con Beato Angelico non appare come provocazione, ma come intuizione critica: entrambi concepiscono la pittura come dispositivo di trascendenza. Se nel Rinascimento la luce è rivelazione teologica, in Rothko diventa fenomeno interiore; in entrambi i casi, lo spazio è chiamato a trasformarsi in esperienza spirituale.

Il percorso cronologico permetterà di attraversare l’intera parabola dell’artista, con opere provenienti da istituzioni come il Museum of Modern Art, il Metropolitan Museum of Art, il Centre Pompidou e la National Gallery of Art, oltre che da collezioni private.

Davanti a un’opera di Rothko non si cercano simboli. Non si decifra un soggetto. Si resta. E in quel restare accade qualcosa: una dilatazione del tempo, una sospensione che può essere inquietudine o pace, ma non lascia indifferenti.

In un’epoca che consuma immagini con velocità compulsiva, tutti ormai schiavi dello “scrolling” continuo, Rothko obbliga alla lentezza. Chiede distanza. Chiede silenzio.

Forse è proprio questo che rende la mostra fiorentina non soltanto un evento espositivo, ma un’occasione rara: quella di fare esperienza della pittura come spazio interiore.

Serena Mastrangelo