Una storia di nomi, elenchi e sospetti. E di politica che si accende in fretta.
Tra le carte di Epstein viene citato il nome di Salvini: nessun coinvolgimento
Gli “Epstein Files” vengono descritti da molti come una lotteria. Dentro può finirci tutto. E il contrario di tutto. Una citazione, magari ripetuta più volte, basta a far nascere il dubbio.
Anche quando non c’è una prova.
Anche quando si tratta solo di una riga in una mail.
In questa mole sterminata di documenti rilasciati negli Stati Uniti è comparso anche il nome di Matteo Salvini. E tanto è bastato. Il caso è rimbalzato nel dibattito politico italiano, con richieste di chiarimenti soprattutto da parte delle opposizioni al governo guidato da Giorgia Meloni.
Ma cosa c’è, davvero?
Nel testo si parla di scambi di messaggi tra Jeffrey Epstein e Steve Bannon. Conversazioni in cui il nome di Salvini viene citato più volte. Citato, appunto. Non incontri. Non viaggi. Non bonifici. Solo menzioni legate all’interessamento del finanziere per le attività europee di Bannon, negli anni in cui la Lega a trazione salviniana cresceva nei sondaggi e nelle urne.
Salvini ha risposto pubblicamente. Lo ha fatto a “Otto e Mezzo”, su La7. Incisivo, quasi infastidito: “Non ho mai visto un dollaro, un rublo. Bannon? L’ho visto una volta, non sapevo con chi parlasse”. E ancora: “Per me gli amici son altro. Non ho mai preso soldi a Mosca o negli Usa. Non so se voi comparite nei file di Epstein”. Parole nette.
Nessun legame tra Salvini ed Epstein e nemmeno la giornalista Rula: ecco perchè
Il perchè è presto detto o almeno è semplice da chiarire da come appaiono i fatti ricostruiti.
La dinamica, in fondo, è simile a quella che riguarda un altro nome noto in Italia, appunto: Rula Jebreal. A ricostruire la vicenda è l’agenzia La Presse.
Si torna al 2009. Epstein ha appena scontato tredici mesi per prostituzione minorile e tenta il rientro nell’alta società newyorkese. A dargli una mano, secondo quanto riportato, la pr Peggy Siegal. Un mondo fatto di celebrities, produttori, artisti. Cene, proiezioni, brunch esclusivi nell’Upper East Side.
Qui entra in scena Julian Schnabel, pittore e regista, compagno di Jebreal tra il 2007 e il 2011. Il nome di Schnabel compare 48 volte nei documenti, quello della giornalista 24. Ma molte citazioni sono solo semplici ripetizioni, duplicazioni di mail, liste di invitati.
C’è una mail del 25 agosto 2010. Una semplice lista per una “colazione per lo Yom Kippur” nella residenza di Epstein. Schnabel figura tra gli invitati.
Invitato, non presente. È diverso. Poi serate cinematografiche, presentazioni, eventi legati alla proiezione di “Miral”, il film tratto dal libro autobiografico di Jebreal. Un invito del dicembre 2010 porta l’intestazione della Weinstein Company di Harvey Weinstein. Anche qui: nomi in elenco. Non prove di frequentazioni.
In un’altra mail si cita un articolo dell’Huffington Post su un party a Saint Barth, ai Caraibi, con Schnabel e Jebreal tra i presenti. Epstein, si legge, veniva aggiornato su ciò che si muoveva nel jet set. Informato. Attento. Non necessariamente presente.
Un affresco dell’alta società newyorkese. Feste, inviti, pubbliche relazioni. E dentro, sparsi, nomi italiani. Senza evidenze di conoscenze dirette con Epstein.
Una lotteria, si dice. Dove finisce tutto. E il contrario di tutto.