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Svuotato al-Hol: ultime famiglie trasferite e crescono i timori per la sicurezza

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Le autorità siriane affermano di aver evacuato completamente il campo di al-Hol, dove erano ospitate famiglie legate all'ISIL: trasferimenti, rimpatri e appelli per assistenza sono al centro delle preoccupazioni internazionali

Le forze governative siriane hanno annunciato l’evacuazione e la chiusura del campo di al-Hol, nella provincia di Hasakah, al confine con l’Iraq. Secondo il funzionario Fadi al-Qassem, gli ultimi residenti sono stati trasferiti via convoglio la mattina di domenica. L’operazione interrompe una presenza durata anni che aveva suscitato preoccupazioni internazionali per la natura di detenzione de facto di famiglie legate a sospetti membri di ISIL.

Le autorità non hanno fornito dettagli completi sulle destinazioni dei trasferiti né sul destino delle infrastrutture del campo.

I fatti

Le autorità siriane hanno dichiarato conclusa la movimentazione dei convogli nella mattinata domenicale. Il campo, situato nella parte orientale della provincia di Hasakah, ospitava da anni migliaia di persone. Secondo il comunicato ufficiale, le operazioni sono state eseguite sotto controllo militare e amministrativo locale.

Il passato e la dimensione del campo

Il campo di al-Hol era diventato uno dei maggiori insediamenti che ospitavano donne e minori legati a combattenti dell’ISIL. Al culmine dell’afflusso, nel 2019, la popolazione raggiunse circa 73.000 persone. Negli anni successivi si registrò un progressivo calo demografico, fino alla riduzione riportata recentemente dalle autorità.

I residenti includevano cittadini siriani e iracheni e un numero significativo di stranieri. Secondo le stime pubblicate, oltre 6.000 persone provenivano da circa 40 nazionalità diverse. Le cifre più recenti indicano una diminuzione da circa 24.000 presenze a poche migliaia o a zero, a seconda delle fonti e delle operazioni di trasferimento svolte sotto controllo militare e amministrativo locale.

Condizioni e classificazione

Dopo le operazioni di trasferimento, la struttura è rimasta sotto stretta sorveglianza e controlli amministrativi. Pur non essendo la maggioranza degli abitanti formalmente accusata, organizzazioni internazionali hanno descritto il sito come detenzione di fatto.

I rapporti hanno segnalato carenze nell’accesso ai servizi essenziali. Secondo documenti pubblicati da Doctors Without Borders, vi sono criticità significative nell’approvvigionamento alimentare e nell’assistenza sanitaria. Analoghi rilievi sono stati espressi da Save the Children, che ha evidenziato condizioni particolarmente gravi per donne e minori.

I dati raccolti sul campo indicano che le problematiche includono accesso limitato alle cure mediche, scarsa qualità dell’alimentazione e servizi igienico-sanitari insufficienti. Il quadro umanitario è stato definito insostenibile per i gruppi più vulnerabili, con rischi elevati per la salute dei bambini e delle madri presenti.

I trasferimenti e le rotte di uscita

Dopo l’ingresso delle forze di Damasco nel campo, centinaia e poi migliaia di persone hanno lasciato al-Hol. Alcuni sono stati trasferiti verso il campo di Akhtarin nella provincia di Aleppo. Altri sono stati rimpatriati in Iraq con il supporto di agenzie come l’UNHCR.

Non tutte le uscite sono state gestite in modo organizzato. Fonti sul posto riferiscono di partenze spontanee, convogli non ufficiali e interventi di trafficanti. Il quadro umanitario già definito insostenibile per i gruppi più vulnerabili rende queste rotte particolarmente rischiose, con conseguenze dirette sulla salute dei bambini e delle madri e sulla registrazione anagrafica degli sfollati. Organismi umanitari e osservatori continuano a monitorare i movimenti e a segnalare la necessità di procedure di registrazione e screening più trasparenti.

Rotte non coordinate e conseguenze

Operatori umanitari riferiscono che molte famiglie hanno lasciato il campo senza percorsi chiari di assistenza e reinserimento. Il fenomeno dei movimenti non coordinati rende difficoltoso il monitoraggio delle persone e la pianificazione degli aiuti.

Secondo le testimonianze raccolte, la mancanza di registrazione e di screening sistematici aumenta la vulnerabilità a sfruttamento e abusi. Cresce inoltre il rischio di reclutamento da parte di gruppi armati e la perdita di contatti con servizi sanitari e psicosociali essenziali.

Le conseguenze colpiscono in misura particolare donne e minori, che necessitano di percorsi protetti e servizi specialistici. I programmi umanitari sottolineano la necessità di procedure di registrazione più trasparenti e di corridoi sicuri per garantire protezione e accesso alle cure.

Roj, rimpatri e risposte internazionali

In seguito alle segnalazioni degli operatori umanitari, la situazione nel campo di Roj rimane frammentata e senza certezze sul futuro dei suoi abitanti. Le forze curde, le cosiddette SDF, mantengono il controllo dell’area, mentre molte nazioni di origine continuano a rifiutare la riammissione dei propri cittadini. I movimenti non coordinati e l’assenza di percorsi chiari di assistenza aggravano il quadro umano e legale per donne e bambini presenti nel campo.

Un caso recente riguarda 34 donne e bambini australiani respinti dalle autorità siriane il 16 febbraio. Il governo australiano ha escluso un rimpatrio di stato, motivando la decisione con l’assenza di sostegno per persone ritenute legate all’ISIL. La dichiarazione ha riacutizzato il confronto tra Damasco, le autorità curde e gli Stati esteri sulle responsabilità di tutela e sulla sicurezza legale dei richiedenti ritorno.

Operatori umanitari e organizzazioni internazionali sollecitano procedure di registrazione più trasparenti e l’apertura di corridoi umanitari sicuri. Secondo queste fonti, la mancanza di percorsi certi aumenta il rischio di marginalizzazione sanitaria e sociale per minori e persone vulnerabili. Le organizzazioni chiedono inoltre accesso regolare alle cure mediche e a servizi di protezione per chi è temporaneamente trattenuto nel campo.

Dal punto di vista legale, rimane aperta la questione della responsabilità degli Stati di fronte a cittadini accusati di legami con gruppi estremisti. Le limitazioni al rimpatrio sollevano nodi su reintegrazione, monitoraggio e procedure giudiziarie da applicare in patria. I governi coinvolti mantengono posizioni divergenti sulla possibilità di rimpatri di stato e sulle condizioni per eventuali riammissioni individuali.

Si attende che le autorità nazionali e le organizzazioni internazionali forniscano chiarimenti formali sulle prossime mosse. Rimangono aperte le negoziazioni tra le parti interessate per definire meccanismi che garantiscano protezione e accesso ai servizi per gli abitanti del campo.

Appelli a rimpatri coordinati

In seguito alle negoziazioni aperte tra le parti interessate, organizzazioni per i diritti umani e esperti di sicurezza sollecitano azioni coordinate sui rimpatri. Le richieste mirano a evitare soluzioni improvvisate che lascino famiglie in condizioni di vulnerabilità.

Secondo ricercatori di gruppi come Human Rights Watch, lasciare donne e bambini su rotte irregolari o in aree instabili aumenta il rischio di tratta e di radicalizzazioni. Gli esperti indicano come prioritarie misure di assistenza sanitaria e reinserimento mirate e la creazione di percorsi di rimpatrio pianificati, sicuri e dignitosi, con monitoraggio internazionale.

Rischi per la sicurezza e prospettive locali

Il flusso incontrollato di persone provenienti da al-Hol può alimentare insicurezza nelle aree di arrivo, avvertono analisti. Secondo rapporti Onu e studi specialistici, la mancata gestione dei movimenti aumenta il rischio di infiltrazioni di individui radicalizzati nella popolazione civile. Le autorità locali, le agenzie internazionali e i governi esteri sono chiamati a risposte integrate per contenere la minaccia e prevenire tensioni sociali.

La chiusura formale del campo segna la fine di una fase controversa, ma apre problematiche operative complesse. Restano urgenti la protezione e l’identificazione dei bisogni specifici di donne e bambini, nonché il contrasto a percorsi di sfruttamento e abusi. Secondo le analisi quantitative condotte da organismi umanitari, occorrono programmi di assistenza mirati, procedure d’identificazione affidabili e monitoraggio internazionale per garantire rimpatri pianificati, sicuri e dignitosi.