Il sabato 17 ottobre la città di Milano è stata teatro di scontri violenti che hanno coinvolto soprattutto giovani provengono da diversi quartieri della metropoli. Le strade del centro sono state invase da gruppi di manifestanti che, tra urla e confronti con le forze dell’ordine, hanno rotto vetrine, incendiato veicoli e provocato danni a negozi sia di grandi catene che di piccole botteghe.
Il contesto economico teso, segnato da inflazione e difficoltà del Mezzogiorno, è stato citato spesso come sfondo di quel clima di frustrazione che ha sfociato in atti di saccheggio e vandalismo.
Parallelamente alle azioni in strada, è emersa una rete digitale molto attiva: il canale pubblico di Telegram intitolato “Italia in Piazza” ha registrato più di 14.000 messaggi dal momento dell’avvio dell’appello fino alle ore successive al confronto.
Un’analisi delle conversazioni ha permesso di distinguere due correnti di pensiero ben differenti: da una parte la maggioranza dei partecipanti ha esplicitamente condannato i danni, dall’altra una minoranza ha cercato di giustificare o addirittura incoraggiare comportamenti estremi.
Le posizioni prevalentemente critiche nella chat
Molti utenti hanno sottolineato che i saccheggi non hanno alcuna legittimazione politica, definendoli “poco intelligenti” e “senza futuro”.
Tra i messaggi più condivisi troviamo frasi come: “Chi spacca le vetrine è un povero scemo senza possibilità di replica” e “Tu stai là per altro, non per rubare ai negozi; bisogna organizzare altre manifestazioni e fare più rumore”. Altri hanno accusato le azioni di essere opera di infiltri o di persone “senza reale interesse politico”, evidenziando il danno non solo alle grandi multinazionali ma anche ai piccoli esercizi commerciali. Il fil rouge di questi interventi è la richiesta di metodi pacifici di protesta, con lanci di idee per raduni più strutturati e la denuncia di chi, a loro avviso, favorisce il caos per profitto personale.
Le frange che giustificano la violenza
Una minoranza della chat ha comunque profuso messaggi che incitano a forme di violenza più estreme. Un file vocale diffuso nelle ultime ore ha mostrato un giovane che difende gli attacchi contro le grandi catene, pur riconoscendo che i piccoli negozi “non se li meritano”. Alcuni hanno persino proposto l’uso di molotov contro le multinazionali, sostenendo che “ci sono altri modi di protestare, ma se vuole davvero fermare il sistema bisogna colpirlo più forte”. Il tono si fa più duro quando si parla di immigrati: “Se si vuole evitare casino bisogna fare delle squadre che devono massacrare di botte gli immigrati”. Alcuni commentatori hanno inoltre stabilito un paragone con le rivolte delle banlieue francesi, affermando: “Sono tutti ragazzini arrabbiati guidati dal riscatto sociale. Ben venga il caos, l’ordine sociale non ha funzionato”.
Il ruolo dei social nella diffusione dell’appello
L’organizzazione del corteo è stata in gran parte alimentata da Instagram, TikTok e, naturalmente, da Telegram. L’account Instagram “Italia in Piazza”, creato il 4 ottobre, ha pubblicato i primi inviti con dettagli su data, orario e punti di ritrovo. I brevi video su TikTok, grazie all’algoritmo, hanno raggiunto utenti che non seguivano nemmeno il profilo, amplificando l’invito anche fuori dalla cerchia iniziale. Telegram, invece, ha funzionato da hub di comunicazione permanente, consentendo lo scambio di messaggi in tempo reale e la condivisione di contenuti multimediali. Questa sinergia tra piattaforme ha trasformato un piccolo appello online in una mobilitazione di massa, dimostrando come i social media possano rapidamente tradursi in presenze concrete nelle strade.
