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La vicenda che ha coinvolto Domenico Caliendo, il bambino deceduto dopo un trapianto cardiaco eseguito all’Azienda Ospedaliera dei Colli – Ospedale Monaldi, è al centro di un’inchiesta giudiziaria che analizza procedure cliniche, comunicazioni interne e scelte tecniche. Dagli atti emergono messaggi vocali e chat che descrivono tensione in sala operatoria e confusione nelle fasi logistiche tra Bolzano e Napoli. È stato sollevato il sospetto che il cuore possa essere stato compromesso durante la fase di conservazione. Le autorità giudiziarie stanno acquisendo documenti e dichiarazioni per ricostruire i passaggi rilevanti e stabilire eventuali responsabilità cliniche e organizzative.
I fatti
Secondo gli atti dell’inchiesta, il trapianto è stato eseguito dopo il prelievo di un organo proveniente da altra regione. I verbali descrivono scambi immediati tra team clinici e servizi logistici. Le registrazioni delle chat mostrano indicazioni contraddittorie su tempi e condizioni di trasporto.
Le comunicazioni
Le conversazioni intercettate includono messaggi vocali e scambi scritti tra operatori sanitari. Dal contenuto emerge un livello di tensione in sala operatoria e dubbi sullo stato dell’organo al momento dell’impianto. Gli inquirenti valutano la sequenza temporale delle comunicazioni per stabilire eventuali omissioni.
Le responsabilità tecniche
Le contestazioni riguardano procedure di conservazione e di verifica della vitalità dell’organo prima dell’impianto. Esperti ascoltati spiegano che la corretta gestione della fase di conservazione è cruciale per l’esito del trapianto. Le perizie richieste all’autorità giudiziaria dovranno chiarire se i protocolli sono stati rispettati.
Il quadro giudiziario
L’indagine procede attraverso acquisizione di documentazione clinica, registrazioni e dichiarazioni dei testimoni. Le autorità hanno aperto un fascicolo per accertare responsabilità penali o civili. Gli atti vengono esaminati senza pregiudizi, nel rispetto delle garanzie processuali.
Sviluppi attesi
Gli inquirenti prevedono ulteriori audizioni e perizie tecniche per stabilire le cause della compromissione segnalata. Il percorso istruttorio determinerà se sussistono profili di responsabilità professionale o organizzativa. In attesa di esiti peritali, l’inchiesta rimane aperta e gli sviluppi saranno documentati nelle prossime fasi processuali.
Le fasi dell’espianto e il viaggio dell’organo
A seguito dell’espianto, la procedura si svolse la mattina del 23 dicembre nel reparto di San Maurizio a Bolzano. Più équipe operarono in contemporanea: oltre al team del Monaldi erano presenti medici austriaci di Innsbruck impegnati su altri organi. Dall’incisione, registrata alle 9:43, alla rimozione del cuore alle 11:25 trascorsero circa 102 minuti. Gli inquirenti concentrano l’attenzione su questo intervallo temporale per verificare se il danno fosse già avvenuto prima del trasporto. Il cuore fu quindi riposto in un contenitore plastico e caricato per il trasferimento verso Napoli.
Il refrigerante utilizzato
Il cuore, dopo l’espianto, fu riposto in un contenitore plastico e caricato per il trasferimento verso Napoli. In luogo del ghiaccio tradizionale, nel recipiente sarebbe stato impiegato ghiaccio secco, cioè anidride carbonica solida a circa -78,5°C. Questo refrigerante è impiegato comunemente per la conservazione di tessuti e campioni biologici, ma risulta incompatibile con la conservazione degli organi destinati al trapianto. Gli organi, infatti, devono rimanere in ipotermia compresa tra 0 e 4°C per preservare la vitalità dei tessuti.
Le indagini puntano ora a ricostruire la catena delle responsabilità. Gli inquirenti stanno verificando chi ha reperito il materiale, chi lo ha consegnato e chi ha autorizzato la sua introduzione nel contenitore. I risultati delle analisi tecniche sullo stato dell’organo saranno determinanti per stabilire eventuali responsabilità amministrative e penali e per chiarire l’impatto dell’errore sulla idoneità al trapianto.
Il ricevimento a Napoli e i tentativi disperati
Al momento dell’arrivo dell’organo all’Ospedale Monaldi il cuore presentava una rigidità marcata. Testimonianze di infermieri e anestesisti descrivono l’organo come «una pietra» e riferiscono tentativi ripetuti per ripristinarne la funzionalità.
Secondo il personale, furono effettuati risciacqui e passaggi in acqua a temperature variabili. Alcuni operatori tentarono anche l’uso di acqua calda con l’obiettivo di ridurre la rigidità. Le manovre non produssero risultati evidenti.
In una conversazione di gruppo su WhatsApp la caposala segnalò l’impossibilità di ripristinare l’attività cardiaca con frasi quali «Non va… Zero… È una pietra». Il primario, il dottor Oppido, avrebbe espresso dubbi immediati sulla possibilità che il cuore potesse tornare a funzionare.
Le osservazioni raccolte in reparto saranno acquisite agli atti delle indagini. Saranno determinanti per chiarire le modalità del trasporto e per definire eventuali profili di responsabilità amministrativa e penale.
Le comunicazioni interne
In proseguimento dell’indagine, i messaggi scambiati tra le infermiere sono stati acquisiti agli atti e delineano un clima di tensione nel reparto. Le note contengono appelli a comprendere la situazione, osservazioni sul comportamento del primario e l’annotazione che, se il cuore si fosse riattivato, sarebbe stato «un miracolo».
Queste comunicazioni, intese come conversazioni registrate, assumono un ruolo probatorio. Secondo le fonti investigative, offrono elementi sulle scelte operative in tempo reale e sulle preoccupazioni del personale. I dati estratti dalle conversazioni consentono agli inquirenti di ricostruire con maggiore precisione la sequenza degli eventi, integrando le testimonianze orali e i rilievi tecnici.
Le indagini, gli indagati e le contestazioni
La Procura di Napoli ha iscritto nel fascicolo sette persone appartenenti all’équipe del Monaldi. L’ipotesi di reato è omicidio colposo in ambito sanitario. Gli atti acquisiti, comprese le comunicazioni interne, consentono agli inquirenti di ricostruire la sequenza degli eventi. Le testimonianze orali e i rilievi tecnici vengono integrati per definire responsabilità e criticità procedurali.
Parallelamente il ministero della Salute e il Centro nazionale trapianti hanno avviato verifiche tecniche per valutare eventuali carenze nei protocolli. La famiglia di Domenico, assistita dall’avvocato Francesco Petruzzi, ha presentato richiesta di ricusazione nei confronti del cardiochirurgo Mauro Rinaldi. È attesa la decisione del giudice sui periti nominati, sviluppo che potrà influire sui tempi e sulle verifiche processuali.
Questioni organizzative e rapporti tra équipe
Dopo l’attesa decisione del giudice sui periti, gli investigatori hanno approfondito anche aspetti organizzativi emersi durante le acquisizioni. Secondo testimonianze raccolte, in sala operatoria a Bolzano si sarebbero verificati momenti di frizione tra le équipe coinvolte. Tali episodi sono finiti in un rilevo formale da parte della direzione sanitaria provinciale. Una tecnica perfusionista del Monaldi ha riferito ai pm che il clima nel reparto non era sereno. Ha inoltre dichiarato che, negli ultimi anni, numerosi operatori hanno lasciato il servizio a causa di conflitti interni attribuiti al carattere del primario. Gli inquirenti stanno valutando questi elementi per accertare se tensioni interne abbiano inciso sulle procedure cliniche.
Le indagini proseguono con accertamenti mirati su aspetti medici, logistici e normativi. Le perizie tecniche sul materiale impiegato, sulla tempistica dell’espianto e sulla corretta applicazione delle procedure di conservazione saranno decisive per stabilire eventuali responsabilità. In particolare, gli esperti valuteranno se il cuore abbia subito danni già in fase di espianto o durante il trasporto, anche in relazione all’uso del ghiaccio secco. Fino all’esito delle analisi, le questioni tecniche rimangono aperte e la famiglia ha avviato il percorso giudiziario per ottenere chiarimenti.