Si chiude un altro capitolo della lunga vicenda giudiziaria legata a Silvio Berlusconi e alla compravendita dei diritti televisivi Mediaset. La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), con sede a Strasburgo, ha respinto il ricorso presentato contro l’Italia dalla difesa dell’ex presidente del Consiglio, che contestava presunte violazioni delle garanzie processuali e dei diritti fondamentali.
L’iniziativa legale, avviata nel 2014 quando Berlusconi era ancora in vita, è stata portata avanti dai suoi familiari dopo la sua morte, avvenuta nel 2023.
Al centro del procedimento c’era la condanna definitiva pronunciata dalla Cassazione nel 2013 per frode fiscale, nell’ambito del processo sui diritti televisivi Mediaset. La pena era stata fissata in quattro anni di reclusione, tre dei quali coperti dall’indulto del 2006.
La Corte europea ha esaminato le contestazioni presentate dalla difesa, che comprendevano dodici presunte violazioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Berlusconi: il ricorso alla Corte europea e le contestazioni sul processo
Il ricorso, registrato con il numero 8683/14 e presentato l’8 aprile 2014, riguardava diversi aspetti del procedimento italiano.
Tra i punti sollevati dalla difesa figuravano il diritto a un giudice indipendente e imparziale, la possibilità di partecipare effettivamente al processo, il diritto di difesa e la parità delle parti nella formazione delle prove. Era stato inoltre invocato il principio di legalità della pena, insieme al ne bis in idem, che tutela dal rischio di essere giudicati o puniti due volte per lo stesso fatto nei casi previsti dalla legge.
Gli avvocati avevano contestato anche l’assegnazione del ricorso alla sezione feriale della Corte di Cassazione nell’estate del 2013, sostenendo che la decisione fosse stata influenzata da una segnalazione sull’imminente prescrizione del reato, ritenuta errata. Un’altra obiezione riguardava la scelta di celebrare il processo a Milano anziché a Brescia. Secondo la difesa, 62 magistrati del distretto milanese sarebbero stati azionisti di Mediaset all’epoca dei fatti, circostanza che avrebbe potuto sollevare dubbi sull’imparzialità.
Particolare attenzione era stata riservata anche al presidente del collegio della sezione feriale della Cassazione, Antonio Esposito. La difesa aveva messo in discussione la sua imparzialità, richiamando un’intervista rilasciata al quotidiano Il Mattino dopo la lettura del dispositivo della sentenza e prima del deposito delle motivazioni. Erano state inoltre riferite agli avvocati alcune presunte dichiarazioni private ostili a Berlusconi, attribuite al magistrato da persone che lo conoscevano.
Testimoni, impedimenti e responsabilità nella frode fiscale
Tra le altre contestazioni sottoposte alla Cedu figuravano l’esclusione di alcuni testimoni indicati dalla difesa e il mancato riconoscimento di cinque richieste di legittimo impedimento presentate da Berlusconi. L’allora presidente del Consiglio aveva richiamato impegni istituzionali, tra cui riunioni del Consiglio dei ministri e incontri con capi di Stato stranieri, oltre a motivi di salute legati a un’uveite bilaterale. La difesa sosteneva che queste decisioni avessero limitato la possibilità dell’imputato di partecipare pienamente al processo.
Gli avvocati avevano inoltre contestato la responsabilità attribuita a Berlusconi come ideatore del sistema di frode fiscale, nonostante non facesse formalmente parte degli organi societari di Mediaset e non avesse firmato le dichiarazioni dei redditi, sottoscritte da un dirigente dell’azienda. Era stato chiesto anche il riconoscimento delle attenuanti generiche, facendo riferimento all’assenza di precedenti penali.
Un ulteriore argomento riguardava i procedimenti Mediatrade, celebrati a Milano e Roma per annualità differenti, che si erano conclusi con decisioni irrevocabili di non luogo a procedere. La difesa sosteneva che quei casi presentassero analogie con lo schema contestato nel processo Mediaset.
Nel corso dell’iter a Strasburgo, il giudice italiano Raffaele Sabato si è astenuto, così come Enzo Cannizzaro, indicato come giudice ad hoc per l’Italia. Per completare il collegio è stato quindi coinvolto Alain Chablais, giurista svizzero del Liechtenstein. Il ricorso era stato seguito negli anni dagli avvocati Niccolò Ghedini, scomparso nel 2022, e dai professori Bruno Nascimbene e Andrea Saccucci.
Con il rigetto delle contestazioni, la Cedu non ha accolto le obiezioni presentate dalla difesa sulle garanzie convenzionali. La condanna definitiva pronunciata in Italia nel 2013 resta quindi ferma, mentre si chiude un ulteriore capitolo di una vicenda giudiziaria che ha segnato a lungo la storia politica italiana.
