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Cos'ha fatto Maria Rita Parsi? Ecco perchè ha difeso i bambini fino all’ultimo

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Ha difeso i bambini fino all’ultimo respiro.

Con la morte di Maria Rita Parsi si spegne una delle voci più autorevoli, scomode e coerenti della psicologia italiana. Psicoterapeuta, scrittrice, divulgatrice e presenza costante nel dibattito pubblico, Parsi ha dedicato tutta la sua vita professionale a una missione chiara e radicale: la tutela dell’infanzia, non solo dagli abusi evidenti, ma anche dalle forme più sottili e silenziose di violenza esercitate da adulti e istituzioni.

Una vita spesa per i diritti dei bambini

Maria Rita Parsi è stata per decenni un punto di riferimento quando si parlava di abusi sui minori, violenza domestica, pedofilia, disagio adolescenziale e genitorialità. Con oltre cento pubblicazioni, interventi televisivi e attività di divulgazione, ha portato la psicologia nelle case degli italiani con un linguaggio accessibile, diretto, mai semplificato.

Non ha mai difeso un’ideologia, ma un principio fondamentale:
il bambino non è proprietà né della famiglia né dello Stato, ma una persona da comprendere prima di essere giudicata.

L’ultimo intervento: il caso della “famiglia del bosco” nel Vastese

Poche settimane prima della sua morte, Maria Rita Parsi aveva scelto di intervenire pubblicamente sul caso della cosiddetta “famiglia del bosco” nel Vastese, in provincia di Chieti. Una vicenda che aveva suscitato clamore mediatico e giudizi affrettati, ma che lei aveva analizzato con il consueto rigore clinico e umano.

Secondo Parsi, nel caso dell’allontanamento dei tre bambini dalla famiglia mancava un passaggio essenziale: un reale lavoro interdisciplinare tra psicologi, psicoterapeuti, neuropsichiatri infantili, pedagogisti e sociologi. Una valutazione profonda e condivisa che, a suo avviso, non può mai essere aggirata.

Allontanamento dei minori: “deve essere l’ultima scelta”

La posizione della psicologa era chiara e controcorrente.
L’allontanamento dei bambini dalla famiglia, ribadiva, deve rappresentare l’ultima opzione possibile, non la prima risposta di fronte a modelli educativi non convenzionali, come l’istruzione parentale o una vita a stretto contatto con la natura, in assenza di prove di maltrattamenti o gravi carenze affettive.

Dal punto di vista clinico, spiegava Parsi, quei bambini non mostravano segnali di disgregazione psicologica, ma al contrario capacità di adattamento, serenità relativa e un equilibrio interiore costruito all’interno del nucleo familiare.

Il vero trauma, secondo Maria Rita Parsi

Per la psicoterapeuta, il trauma principale non risiedeva nell’ambiente di provenienza dei bambini, ma nella rottura improvvisa del loro mondo:
genitori percepiti come delegittimati, rapporti contingentati, un messaggio implicito che metteva in discussione l’intera educazione ricevuta.

Un intervento che, secondo Parsi, rischiava di produrre più danni che tutele, se non accompagnato da ascolto, comprensione e valutazioni profonde.

Un’eredità morale e culturale

Nel 1986 Maria Rita Parsi era stata nominata Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana. Nel corso della sua carriera ha ricevuto premi e riconoscimenti culturali e scientifici, ma il suo ruolo più autentico è stato quello di coscienza critica del Paese ogni volta che si parlava di infanzia.

Ha scelto fino all’ultimo la posizione più difficile:
chiedere che, prima di spezzare una famiglia, si ascoltino davvero i bambini.

La domanda che resta aperta

Con la sua scomparsa resta un vuoto enorme nel panorama culturale e scientifico italiano. Ma resta soprattutto una domanda che Maria Rita Parsi ha lasciato sospesa, rivolta a tutti — cittadini, professionisti, istituzioni:

quando decidiamo “per il bene dei bambini”, siamo davvero sicuri di aver prima compreso quale sia il loro bene?