> > Ebola in DRC e Uganda: emergenza internazionale per il ceppo Bundibugyo

Ebola in DRC e Uganda: emergenza internazionale per il ceppo Bundibugyo

Ebola in DRC e Uganda: emergenza internazionale per il ceppo Bundibugyo

Un ritorno improvviso di Ebola nella provincia di Ituri, con il ceppo Bundibugyo e casi anche in Uganda: numeri contrastanti, difficoltà operative e la necessità di un'azione regionale coordinata

La Repubblica Democratica del Congo (DRC) è alle prese con un Nuovo focolaio di Ebola che ha riacceso timori regionali e internazionali. L’Organizzazione mondiale della sanità (WHO) ha dichiarato il 17 maggio 2026 che l’epidemia rappresenta una emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale, mentre il ceppo identificato è il Bundibugyo, noto per la sua elevata letalità.

Il riemergere della malattia arriva a soli cinque mesi dalla fine dell’epidemia precedente, aumentando la pressione su un sistema sanitario già fragile.

I numeri comunicati variano a seconda delle fonti: l’OMS ha parlato di oltre 300 casi sospetti e 88 decessi, mentre altre rilevazioni riportano cifre come 246 casi sospetti e circa 80 morti, oltre a diversi casi confermati in laboratorio sia nella DRC che in Uganda.

In questa fase l’incertezza sui dati rende ancora più critica la necessità di isolare i casi, potenziare il tracciamento dei contatti e aumentare la capacità di testing.

Dove si concentra l’epidemia e come si è sviluppata

L’epicentro del focolaio è la provincia orientale di Ituri, con focolai segnalati nelle zone sanitarie di Rwampara, Mongwalu e Bunia.

Le autorità identificano come caso sospetto iniziale un’operatrice sanitaria deceduta il 27 aprile in un centro medico evangelico di Bunia; dopo la morte la cerimonia funebre si è svolta con contatti diretti con il corpo, una pratica che può favorire la trasmissione. In comunità strette e segnate da lutti frequenti, pratiche di sepoltura non protette rimangono un fattore chiave nella diffusione.

Movimenti di popolazione e attività economiche

La diffusione è favorita dalla forte mobilità nella regione: aree di estrazione mineraria come Mongwalu, mercati e rotte commerciali attraggono flussi continui di persone. Inoltre, la presenza di gruppi armati e zone di difficile accesso limita l’azione delle squadre sanitarie. È stato documentato anche il passaggio di casi oltre confine, con almeno due infezioni confermate in Uganda e un caso riportato nella capitale Kinshasa da una persona rientrata da Ituri, sottolineando il rischio di diffusione internazionale.

Caratteristiche del ceppo e implicazioni per la risposta

Il Bundibugyo è diverso dal più noto ceppo Zaire: al momento non esistono terapie o vaccini specifici approvati per questo sierotipo, il che complica la gestione rispetto agli episodi causati da Zaire, per i quali sono disponibili contromisure. I sintomi principali includono febbre, dolori corporei, vomito e diarrea, e la trasmissione avviene tramite contatto diretto con fluidi corporei o materiali contaminati. Di conseguenza, le misure classiche — isolamento, tracciamento dei contatti e protezione del personale sanitario — restano centrali.

Linee guida internazionali e precauzioni

L’OMS ha raccomandato l’isolamento immediato dei casi confermati, il monitoraggio quotidiano dei contatti e restrizioni ai movimenti dei contatti fino a 21 giorni dall’ultima esposizione, pur sconsigliando la chiusura indiscriminata delle frontiere per evitare passaggi non monitorati. L’Africa CDC ha richiamato all’importanza di coordinare le misure transfrontaliere e potenziare la sorveglianza lungo le vie di comunicazione principali.

Ostacoli pratici e sociali alla contenimento

Alla complessità biologica si sommano difficoltà operative: infrastrutture sanitarie insufficienti, ritardi nella segnalazione dei casi e sfiducia delle comunità verso le autorità o gli operatori esterni. Le ricordanze della lunga epidemia del 2018-2026 — che causò quasi 2.300 morti nelle province orientali — mettono in luce i rischi di una risposta tardiva. Le narrazioni locali, talvolta alimentate da disinformazione, suggeriscono timori rispetto a interventi esterni, rendendo essenziale il lavoro di engagement comunitario e di comunicazione mirata.

Per contenere l’epidemia è necessario mettere in campo operazioni congiunte: sensibilizzazione capillare sulle misure igieniche (lavaggio delle mani, evitare il consumo di carne selvatica e il contatto con i corpi non protetti), potenziamento dei centri di trattamento dedicati, protezione degli operatori sanitari e coordinamento regionale per la sorveglianza e il controllo delle frontiere. Solo attraverso un mix di interventi sanitari, logistici e di fiducia sociale si può ridurre il rischio di una crisi sanitaria su larga scala.

Le voci della popolazione, come quelle di genitori e rifugiati interni a Bunia, richiamano l’urgenza di azioni concrete: installare centri di cura d’emergenza, tracciare contatti e garantire informazioni chiare. L’imperativo è chiaro: intervenire rapidamente con risorse adeguate e cooperazione internazionale per evitare che l’epidemia diventi una tragedia più ampia in una regione già colpita da conflitti e fragilità sociali.