Heidi incarna la simbiosi con la natura selvaggia, traendo libertà e benessere dai pascoli, dai fiori di montagna e dagli alberi che ama profondamente. Questo amore per l’ambiente alpino e per la natura è un elemento centrale della narrazione, evidenziando un profondo rispetto per la flora locale. L’incontro di questa settimana non è però una finzione da romanzo, ma una storia vera e tangibile: quella di Emilia Berthod, una vera e propria Heidi rivoluzionaria.
È un racconto basato sull’imprenditorialità, sul rispetto e l’amore per il territorio, che evidenzia l’importanza e il valore del costruire una rete efficace con le altre realtà locali.
L’intervista con Emilia Berthod offre uno spaccato affascinante di un percorso professionale e di vita caratterizzato da una profonda curiosità, resilienza e una costante ricerca di nuove sfide. Originaria e residente in Valsavaranche, Emilia ha attraversato diverse esperienze professionali – da ragioniera programmatrice a segretaria, da amministratrice pubblica a figura chiave in svariate attività sociali – dimostrando sempre una notevole capacità di adattamento e la prontezza a cogliere nuove opportunità, come testimoniato dalla partecipazione nel 2001 ad un progetto sperimentale, pubblicato su “l’Informatore agricolo”, finalizzato alla coltivazione di artemisia umbelliformis (il Genepy bianco). L’iniziativa è stata audace: 10.000 piantine messe a dimora in terreni marginali per un’attività che, ancora oggi, è pienamente operativa.
Oggi l’offerta si è ampliata in modo strategico, trasformando la semplice produzione di piantine di Genepy in una gamma completa di prodotti finiti: liquori, biscotti, cioccolato e tisane. Emilia ha inoltre saputo affrontare il rischio intrinseco della monocoltura con lungimiranza, diversificando saggiamente le sue coltivazioni. Oltre al rinomato Genepy, la sua attività agricola in quota oggi include altre preziose erbe officinali di montagna, selezionate con cura, come il Timo serpillo, l’Achillea, la Melissa, la Verbena e l’Epilobio. Il ciclo di lavoro nei campi è intenso e segue scrupolosamente le stagioni: la coltivazione delle erbe di montagna è indubbiamente un lavoro molto duro, che assorbe energie dalla primavera all’autunno e non ammette errori ma, come sottolinea Emilia, lavorare in Valsavarenche, all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso a un’altitudine di 1400 metri, offre uno scenario naturale unico. L’attività inizia verso aprile, non appena la neve si scioglie, con la preparazione del terreno e la prima pulizia manuale dalle infestanti. Si prosegue poi con il trapianto delle giovani piantine, seguito da un altro meticoloso giro di pulizia. Il culmine è la raccolta, che avviene verso la metà di luglio: le infiorescenze vengono tagliate per essere immediatamente messe a essiccare. Con l’arrivo dell’autunno, il lavoro nei campi si conclude.
Emilia Berthod con la sua visione pragmatica e al tempo stesso profondamente radicata nel territorio, pone un’enfasi strategica sulla collaborazione e la creazione di reti. Riconosce che l’isolamento è un lusso che l’imprenditoria montana non può permettersi e che la sinergia è la vera chiave per ottimizzare e valorizzare le professionalità e le risorse presenti. Questa prospettiva, che va oltre la semplice gestione della propria azienda, si traduce in azioni concrete volte alla crescita collettiva. Un esempio emblematico di questa filosofia è un’iniziativa recente che Emilia stessa, con la sua consueta ironia, ha definito una “mezza pazzia”: l’adesione a una rete d’impresa. Questa rete unisce l’azienda di Emilia ad altre due significative realtà agricole valdostane: Le rêve en vert e Merivot. L’obiettivo di questa unione non è affatto banale, pur nella sua semplicità concettuale, ma estremamente ambizioso nel contesto alpino: superare i limiti strutturali, logistici e commerciali imposti dalla frammentazione e dall’individualismo che hanno storicamente caratterizzato l’imprenditoria montana. Attraverso la rete, le tre aziende mirano a condividere know-how, attrezzature, canali di distribuzione e comunicazione, moltiplicando l’impatto di ciascuna singola realtà.
Emilia, in questo senso, ha dimostrato di non essere stata solamente in grado di far fiorire le sue amate piante di genepy, gestendo con successo un’attività di nicchia e di alta qualità. Con una semplicità disarmante, è diventata un esempio concreto e tangibile di un principio fondamentale non solo per il successo economico, ma soprattutto per l’economia civile: la fiducia. La sua capacità di estendere la mano ad altri imprenditori, trasformando la competizione potenziale in cooperazione effettiva, testimonia come il capitale sociale e la reciprocità siano asset cruciali, capaci di generare valore non solo economico, ma anche sociale e comunitario, in un contesto, come quello montano, dove il legame tra terra e comunità è indissolubile.