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Coronavirus: Future of Italy, Italia in attesa sospesa tra speranza e paura

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Roma, 11 mag. (Labitalia) – Cosa accade nel momento in cui un virus porta i governi di tutto il mondo a mettere in quarantena miliardi di persone, generando di fatto il blocco totale della domanda e dell’offerta a livello mondiale? Nasce da questa domanda la seconda analisi di Future of Italy, il gruppo operativo per la narrazione di un mondo nuovo e la rinascita dell’Italia ideato e composto da Matteo Flora, fondatore di The Fool, Andrea Fontana, co-fondatore e Presidente di Storyfactory, e Oscar Di Montigny, fondatore e Presidente di Be Your Essence.

Covid-19, in questa prima parte del 2020, sancisce la crisi del lavoro e della ricchezza, ma ancora di più può rappresentare la perdita di sé nella più grande catastrofe economica e sociale mai vissuta dall’umanità. Un dramma che ha portato il gruppo di Future Of Italy ad indagare cosa gli italiani stiano dicendo in merito al tema lavoro nelle loro conversazioni social, quale sarà il racconto del lavoro da fare nella crisi e quale progettualità organizzativa portare avanti in questo momento di transizione.

Permangono i gruppi individuati nel precedente report: paurosi, confusi, critici e speranzosi.

Emerge una sorta di negazione delle minacce future, da una parte c’è una certa ritrosia in molti pubblici ad accettare le difficoltà della nuova realtà in cui siamo entrati, dall’altra parte emerge una fatica di istituzioni e aziende a raccontare la crisi e a preparare le fasi successive a quello che verrà dopo. Una mancanza di immaginazione e progettualità a cui si dovrà rimediare.

L’analisi data-driven, basata su 1.308.088 conversazioni, ha indagato la percezione degli italiani sul concetto di Italia e italianità, con focus sul tema lavoro e occupazione.

Nei riguardi del lavoro i numeri parlano di uno scenario completamente dedicato a un dualismo di emozioni estremamente polarizzate: speranza e paura. In uno scenario di mancanza di dati certi su dove e quando ripartiremo, la condizione che sembra chiara a entrambe le parti è quella di attesa: si attende un segnale.

E' proprio questa sospensione in un’area senza certezze, in cui il dato potrebbe essere frainteso e alimentare le critiche, a lasciare il posto alle emozioni primarie e alla divisione tra chi pensa che ce la faremo e chi teme un drammatico insuccesso.

Gli spaventati pensano che le misure attuali siano insufficienti e inadeguate, e che il governo e le istituzioni stiano dando dati non corretti o manipolati. Spaventa l’assenza di tamponi e ancora di più spaventano le misure di sostegno costruite più sui debiti che sugli aiuti.

Spaventa il futuro: del lavoro, delle aziende, dei lavoratori, della scuola. E si inizia ad avere il timore che gli slogan positivi dell'andrà tutto bene siano solamente momenti di spirito. Il social distancing fa paura anche nel futuro, portando le persone a chiedersi se e quando avranno voglia di viaggiare, di andare al cinema, di essere in un 'gruppo' che inizia ad essere meno gruppo, insomma una realtà di mezzo in cui si percepirà la presenza di molte mancanze e abitudini in meno e qualche paura in più.

La confusione nel mondo del lavoro emerge per quanto riguarda la tutela delle persone: dalle mascherine (chi le darà? Le dovremo tenere in ufficio? Dove le compreremo?) ai viaggi all’estero (si potranno fare per lavoro? Quando?). Ma è forte anche la confusione e disillusione verso la burocrazia e la burocratizzazione degli aiuti e dei movimenti, a questo si aggiunge anche lo smarrimento rispetto ai razionali dietro ad alcune riaperture e il relativo impatto economico. Ci si chiede quali conseguenze affronteranno i vari settori aziendali e le attività ricreative, e forse complice il bel tempo, molta confusione ha a che fare con le vacanze e la non comprensione di come, quando e se andremo.

La critica è incentrata principalmente su tre fronti: la disillusione e sfiducia, le discussioni sulle misure economiche e il fronte del turismo. Sul tema della disillusione ci si concentra sulla mancata percezione di una diminuzione dei contagi e su una critica alle metodologie adottate per gestire l’emergenza: entrambe impattano su economia e professioni senza la percezione del beneficio.

Altro tema caldo è quello dei finanziamenti alle imprese, che portano con loro critiche sia alle modalità di intervento,a debito per le imprese, sia per le trattative europee in essere, con una forte critica al Mes. Il turismo, leva dell’economia italiana, spaventa perché ritenuto incapace di adattarsi in breve tempo e di reggere il contraccolpo. La visione degli speranzosi è legata principalmente ad una auto-narrazione di convincimento, più che appartenenza, e alla 'spinta' dei motti motivazionali di #andràtuttobene e #iorestoacasa. Una tenue speranza accarezza, invece, le misure economiche a supporto dei lavoratori, con una quantificazione di miliardi che, se non proprio convince, dà almeno gli strumenti per una narrazione possibilista. Rimane alto, anche negli speranzosi, il sentimento di vicinanza con il premier e con il suo operato, raccontato con elogi ed espresso anche con umorismo, riconoscendo una funzione di guida autorevole e talvolta anche benevola.

Tra speranza e timore, un ruolo cruciale spetta ai decision maker che per forza di cose devono imparare a parlare trasparentemente con ogni categoria analizzata e che vive, agisce e pensa in maniera differente. È tempo di pensare al mondo del post virus: un pensiero in cui le aziende devono porsi domande, per guardare oltre prefigurando modelli nuovi di impresa. Occorrono sistemi rigenerativi e resilienti, capaci di iniziative tempestive, coraggiose e lungimiranti. Bisogna cominciare a creare le condizioni per produrre valore, accogliendo il cambiamento e prendendo decisioni sostenibili. Quali nuovi modelli di impresa per crescere, trasformarsi ed evolvere in organizzazioni sostenibili e resilienti?

Il pericolo principale è pensare al coronavirus come a un fenomeno isolato, senza storia, senza contesto sociale, economico o culturale. In effetti, nel mondo nuovo del dopo virus il vero pericolo sarebbe tornare alla vecchia normalità. Perché la normalità si è rivelata con tutti i suoi problemi fatta, almeno in Italia, di burocrazia, assistenzialismo, attendismo, resistenza all’innovazione o interpretazione riduttiva di quella. Insostenibile. E' dunque il tempo delle domande, per guardare oltre prefigurando modelli nuovi di impresa. Occorrono sistemi rigenerativi e resilienti, capaci di iniziative tempestive, coraggiose e lungimiranti. Bisogna cominciare a creare le condizioni per produrre valore, e non limitarsi a distribuirlo o riceverlo.

“Apparentemente – commenta Matteo Flora, fondatore di The Fool – in queste pagine ci siamo occupati del tema lavoro e della sua percezione nel contesto dell’epidemia. Il risultato però ci mostra il vero indicatore trasversale a ogni tematica e che segna questa nuova fase come un ricorso storico: possiamo dire che la paura è al centro, sia essa catastrofe sia essa speranza. E così, proprio mentre ci avviciniamo forse a una nuova apertura, la critica sociopolitica e la critica a ogni costo lasciano spazio di nuovo alla paura e a tutte le sue forme, dalla rassegnazione alla speranza. Diventa fondamentale ripensare il framework di valori e di posizionamento dei brand e delle aziende. Il nuovo frame dovrà incontrare primariamente le attenzioni di un pubblico spaventato, i confuso e speranzoso, attraverso risposte, azioni e messaggi che esprimano protezione e cura".

Per Flora "È necessario ascoltare costantemente come si muovono emozioni e personalità in rete, ridefinire i singoli pubblici sulla base del costante cambiamento di contorni, definire chi sono gli stakeholder a cui è più opportuno parlare, ed essere consapevoli che il bisogno di avere in tasca un messaggio che esprima protezione e cura trasversalmente dei pubblici ci accompagnerà per molto tempo. Solo così è possibile ottenere una comunicazione che non ci danneggerà e darà risultati certi e concreti”.

"Credo ormai sia chiaro – analizza Andrea Fontana, co-fondatore e presidente di Storyfactory – non siamo in mezzo ad una guerra, ma nel vortice di una tempesta perfetta. Non è una guerra, perché le guerre si combattono con lo scopo di difendere e preservare il proprio territorio, il proprio stile di vita, o aumentare i propri interessi. Non dobbiamo essere soldati, ma persone consapevoli. Non ci serve la retorica, ma la visione in una comunità. Non è la patria che va salvata, ma la dignità personale che il lavoro porta con sé e il rispetto reciproco. Ciò però non significa che le conseguenze sul mondo del lavoro non saranno meno pesanti che dopo una guerra, anzi".

"L’emergenza attuale – commenta – se la si vuole superare con successo, chiede non solo di progettare cambiamenti sostanziali, ma di ridiscutere interamente la gerarchia dei valori e il modo di pensare. Non si tratta di personal marketing, ma di dialogo human to human mirato a creare un racconto nuovo, all’interno di un mercato in cui non siamo mai stati, non avevamo mai affrontato e mai pensato. Un agone dove la moneta di scambio è la testimonianza e l’esempio, portati a fattor comune con sincerità, onestà e fermezza".

"La storia – dichiara Oscar Di Montigny, fondatore e presidente di Be Your Essence – ha dimostrato che i cambiamenti sociali avvenuti in un periodo di crisi diventano spesso permanenti. Il coronavirus sta già avendo un forte impatto sulla nostra società ed economia mondiale, che porterà a forti cambiamenti nel nostro modo di lavorare. Nel frattempo i dati raccontano di aziende che si trovano in una posizione difficile e sotto pressione pubblica".

"La 'lezione' di questa pandemia – sottolinea – dovrebbe portare il mondo del lavoro ad entrare in una nuova era in termini di aspettative pubbliche per la responsabilità sociale delle imprese. Le aziende dovrebbero riconsiderare seriamente la loro missione e i loro valori evolvendoli in una vera e propria vocazione, iniziando dal porsi domande come: perché l’azienda esiste? Chi la anima? In che modo la sua operosità può (e deve!) contribuire ad un futuro nuovo?".


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