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Nelle ultime settimane, mentre l’attenzione globale è rivolta al recupero dei resti dell’ultimo ostaggio israeliano a Gaza, un piano inquietante sta emergendo. Dichiarazioni di alti ufficiali militari israeliani, tra cui il generale in pensione Amir Avivi, rivelano l’intenzione di erigere unenorme campoa Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, un’area già devastata da anni di conflitto.
Questo nuovo campo, descritto da Avivi come un“grande campo organizzato”, è progettato per ospitare centinaia di migliaia di palestinesi e sarà dotato di sofisticati sistemi diriconoscimento faccialeper monitorare ogni movimento di chi entrerà o uscirà.
Un campus di controllo e sorveglianza
Recenti analisi del team di investigazione digitale di Al Jazeera confermano che i preparativi per il campo sono già in corso. Immagini satellitari mostrano operazioni di bonifica e livellamento di una vasta area, circa 1,3 km², a Rafah. Questi lavori non sono semplicemente volti alla rimozione dei detriti, ma implicano la preparazione di una struttura che ha tutte le caratteristiche di unpenitenziario moderno.
Il campo sarà situato vicino a due basi militari israeliane, il che indica un controllo diretto e immediato da parte delle forze israeliane. Contrariamente a quanto si possa pensare, la nuova struttura non ha l’obiettivo di fornire assistenza umanitaria, ma piuttosto di fungere dameccanismo di selezioneper la popolazione palestinese.
Una trappola per i ritorni
La riapertura del valico di Rafah, prevista in un prossimo futuro, è accompagnata da condizioni rigorose imposte da Israele. Secondo l’analista politico Wissam Afifa, ciò che si sta costruendo è un“sistema di smistamento umano”che richiama pratiche discriminatorie del passato. La necessità di superare controlli severi per tornare a casa sarà un deterrente per molti palestinesi, costringendoli a scegliere l’esilio piuttosto che affrontare interrogatori e potenziali arresti.
Il progetto di Avivi e Israele non è
La realtà dell’occupazione
Il campo di Rafah rappresenta solo una parte di un piano più ampio per stabilire un’occupazione duratura in tutta Gaza. Attualmente, il 58% della Striscia è sotto il controllo militare israeliano, e la creazione di questa nuova struttura contribuisce a unriassetto geopoliticodella regione. Netanyahu stesso ha recentemente affermato che il focus ora sarà sullademilitarizzazionedi Hamas, piuttosto che sulla ricostruzione, suggerendo che l’occupazione non ha una data di scadenza.
Afifa mette in guardia: “Stiamo assistendo a unariedificazionedella geografia e della demografia di Gaza. Il 70% della Striscia è ora sotto la gestione militare israeliana.” Le parole di Netanyahu e i piani per la ricostruzione sotto specifiche di sicurezza israeliane evidenziano un intento chiaro: non si tratta di restituire sovranità ai palestinesi, ma di costruire un’infrastruttura di sicurezza permanente.
Una falsa illusione di pace
Per oltre due milioni di palestinesi, l’attesa per il ritorno dell’ultimo ostaggio ha generato una profonda frustrazione. La sensazione di tradimento è palpabile; mentre il mondo ha celebrato il recupero di un corpo israeliano, milioni di palestinesi si sentono prigionieri nella propria terra. Afifa avverte che il silenzio internazionale riguardo a queste strutture di controllo potrebbe normalizzare una situazione inaccettabile, trasformando Gaza in uncarcere tecnologicodove il semplice atto di muoversi diventa un atto di sottomissione.
L’approccio di Israele verso Gaza sembra essere quello di un’occupazione permanente. Mentre il mondo assiste a quello che appare come un processo di pace, le strutture di controllo si stanno rafforzando, suggerendo che la lotta per la libertà del popolo palestinese è tutt’altro che finita.