Le autorità russe stanno preparando un blocco totale di Telegram: lo riferiscono varie testate, citando indagini dei servizi di sicurezza che coinvolgerebbero Pavel Durov per presunto favoreggiamento di attività terroristiche. Secondo le fonti, il divieto potrebbe entrare in vigore già ad aprile e i principali fornitori di rete avrebbero ricevuto comunicazioni ufficiali sulle intenzioni del governo.
Cosa sta succedendo
Le agenzie di sicurezza russe, in particolare l’FSB, stanno esaminando presunti legami tra la piattaforma e gruppi o operazioni ritenute pericolose. In base ai resoconti giornalistici, le autorità chiedono l’inaccessibilità di Telegram qualora la società non collabori fornendo dati o strumenti necessari alle indagini. Per ora non è stato pubblicato alcun decreto definitivo, ma le misure annunciate suonano concrete e potrebbero tradursi in restrizioni progressive fino al blocco totale.
Impatto sugli utenti e sulle reti
Un’eventuale interdizione avrebbe effetti evidenti sugli utenti russi: dall’impossibilità di utilizzare canali informativi e gruppi, alla limitazione di servizi basati sulla crittografia. Anche i provider di connettività potrebbero subire conseguenze operative e legali. È però probabile che molti utenti cerchino strade alternative per aggirare il blocco: l’uso di VPN e altri strumenti di rete privata virtuale è già diffuso in Russia per eludere restrizioni su piattaforme come Instagram o X, e potrebbe aumentare.
Le accuse e le difese
Le fonti governative sostengono che Telegram venga utilizzato per pianificare attacchi e per attività di spionaggio, indicando collegamenti tra chat specifiche e alcuni episodi violenti citati nelle indagini. I riscontri indipendenti su questi presunti nessi sono comunque scarsi o difficili da verificare. Dal canto suo, Telegram respinge le accuse: la piattaforma sottolinea le proprie politiche di tutela della privacy e l’uso della crittografia end-to-end come barriere tecniche alla sorveglianza indiscriminata.
Misure già in atto
Negli ultimi mesi Roskomnadzor ha introdotto limitazioni mirate su Telegram: rallentamenti nei download di file multimediali e blocchi di chiamate vocali e video in alcuni casi. Tali interventi hanno complicato l’esperienza d’uso per molte persone, ma non hanno annullato del tutto l’accesso. Le autorità giustificano gli interventi con la necessità di contrastare abusi e contenuti pericolosi; resta però il fatto che, per molti utenti, le contromisure tecniche rimangono aggirabili.
Contraddizioni pratiche
Non manca la contraddizione politica: nonostante la retorica dura verso la piattaforma, numerosi canali ufficiali del Cremlino e account di funzionari rimangono attivi su Telegram. Alcuni esponenti governativi e personale militare continuano a usare la app, spesso servendosi a loro volta di VPN per mantenere i canali operativi. Questo comportamento mette in luce la distanza tra dichiarazioni pubbliche e pratiche quotidiane.
Verso un “internet sovrano”
La vicenda si inserisce in una strategia più ampia: la Russia sta spingendo per un internet sempre più ‘sovrano’, riducendo la dipendenza dai servizi esteri e promuovendo alternative nazionali, fino all’idea di una super-app statale che centralizzi comunicazione e servizi. Sul piano pratico, migrare milioni di utenti verso servizi domestici solleva problemi di interoperabilità, scalabilità e accettazione pubblica. Critici e osservatori denunciano il rischio di maggiore sorveglianza e censura, con ricadute sulla libertà di informazione e sulla privacy.
Reazioni interne e internazionali
La misura contro Telegram ha suscitato proteste da parte di utenti, giornalisti e parti dell’opposizione, che temono un’erosione degli spazi informativi alternativi. Anche all’estero la vicenda è seguita con attenzione: ci sono state iniziative legali e richieste di chiarimenti sulla gestione della piattaforma e sul ruolo di Durov. Telegram respinge le accuse, parlando di pretesti per limitare privacy e libertà di espressione, una posizione che alimenta il dibattito pubblico e giudiziario.
Cosa resta da chiarire
La situazione è in divenire: molto dipenderà dalla pubblicazione di atti ufficiali e dall’esito delle indagini. Se il blocco dovesse scattare, il caso rischia di diventare un banco di prova per le ambizioni di controllo digitale dello Stato e per la resilienza degli utenti nel preservare canali di comunicazione alternativi. Nel frattempo, milioni di persone continueranno a cercare soluzioni tecniche per mantenere l’accesso a informazioni e contatti.