A un anno dall’omicidio di Pamela Genini, gli investigatori continuano a indagare sulla profanazione della sua tomba nel cimitero di Strozza. Al centro degli accertamenti c’è una traccia di Dna trovata su un nastro adesivo, mentre nuove perizie medico-legali potrebbero chiarire le modalità della decapitazione e fornire elementi utili a ricostruire quanto accaduto.
Le perizie sul corpo e la ricostruzione della profanazione di Pamela Genini
Altri elementi utili potrebbero arrivare dagli approfondimenti medico-legali e antropologici richiesti dalla Procura. A occuparsene sono Matteo Marchesi, primario di medicina legale dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, e Marco Cummaudo, antropologo forense che collabora con il gruppo di Cristina Cattaneo presso il Labanof di Milano, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense.
Gli specialisti stanno studiando i segni sul corpo della vittima per individuare il tipo di strumento utilizzato per la recisione alla base del collo. Un aspetto da chiarire riguarda anche la datazione del taglio, apparso molto datato quando è stato scoperto, diversi mesi dopo la presunta profanazione.
Le perizie potrebbero contribuire a definire meglio sia le modalità dell’intervento sia l’arco temporale in cui è stato eseguito.
La violazione della sepoltura è stata scoperta il 23 marzo, quando il personale comunale e gli addetti delle pompe funebri hanno aperto il loculo per trasferire la bara nella tomba di famiglia, preparata proprio in quei giorni. Nella settimana precedente, il cimitero era rimasto chiuso per lavori.
Al momento dell’apertura, il coperchio appariva inclinato e non perfettamente sigillato; una volta rimosso, gli operatori hanno notato che la lastra superiore era stata tagliata e che dal corpo di Pamela mancava la testa. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, l’operazione potrebbe essere stata compiuta anche da una sola persona, estraendo la bara e disponendola obliquamente per poter intervenire. A un anno dall’omicidio, le indagini restano aperte.
Pamela Genini, Dna maschile sul nastro usato per richiudere la tomba: la reazione choc di Dolci
A un anno dalla morte di Pamela Genini, uccisa il 14 ottobre 2025, gli investigatori continuano a cercare risposte sulla profanazione della sua sepoltura, avvenuta presumibilmente tra il 27 ottobre e il 2 novembre dello stesso anno. Al centro degli accertamenti dei carabinieri del Nucleo investigativo ci sono diversi reperti recuperati nel cimitero di Strozza, tra cui un frammento di nastro adesivo sul quale è stata individuata una traccia biologica. Il materiale, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, sarebbe stato utilizzato per richiudere il loculo dopo la sottrazione della testa della giovane.
Gli specialisti del Ris stanno esaminando anche un tassello collocato sul bordo superiore della struttura e altri elementi recuperati all’interno della tomba e sulla lapide provvisoria. Particolare attenzione è rivolta al nastro adesivo, sul quale è stato rilevato un segno che potrebbe essere stato provocato da un taglio effettuato con i denti. Come riportato da Leggo, la natura del Dna resta uno dei punti centrali dell’inchiesta: mentre i consulenti di Francesco Dolci, unico indagato, sostengono che si tratti di un «Dna femminile», gli accertamenti investigativi sembrerebbero orientarsi verso un profilo genetico maschile.
Non è stato ancora possibile stabilire a chi appartenga la traccia, anche perché Dolci pare abbia scelto di non sottoporsi al prelievo biologico necessario per un eventuale confronto. La sua posizione rimane sotto esame, ma non costituisce di per sé una prova di responsabilità.
