> > Permafrost e malattie: cosa sapere sui microrganismi che emergono dal ghiaccio

Permafrost e malattie: cosa sapere sui microrganismi che emergono dal ghiaccio

Permafrost e malattie: cosa sapere sui microrganismi che emergono dal ghiaccio

Il disgelo del permafrost può rilasciare batteri e virus rimasti dormienti per millenni: il rischio per la popolazione è basso ma richiede sorveglianza; vediamo esempi, agenti da monitorare e possibili risvolti terapeutici

Il riscaldamento globale sta accelerando il disgelo di ghiacci e suoli artici e con esso la possibile liberazione di microrganismi finora intrappolati nel permafrost. La conservazione a basse temperature consente a molti virus e batteri di rimanere in uno stato di bassa attività che ne preserva la capacità di riprendere funzioni biologiche se le condizioni diventano favorevoli.

Esperti della piattaforma anti-bufale della Fnomceo sottolineano che, sebbene la maggioranza di questi microrganismi non minacci la salute umana, il rilascio può esporre società e lavoratori a rischi nuovi o dimenticati.

L’entità del fenomeno è impressionante: si stima che ogni anno vengano liberati dal permafrost circa 4 sestilioni di microbi a livello globale e centinaia di migliaia di tonnellate di batteri dai ghiacciai dell’emisfero nord.

Questi numeri non significano che tutte le particelle siano pericolose, ma evidenziano la scala del fenomeno. Per questo motivo la comunità scientifica raccomanda un monitoraggio continuo e misure di prevenzione nelle attività estrattive e negli scavi, perché un singolo agente patogeno capace di infettare l’uomo potrebbe avere conseguenze rilevanti.

Perché il permafrost può rilasciare agenti infettivi

Il permafrost è uno strato di suolo o rocce che rimane gelato per almeno due anni consecutivi; in questo contesto il termine permafrost indica una riserva naturale di materia organica e microrganismi. Quando il clima si riscalda e il ghiaccio si scioglie, resti animali, umani o materiali organici precedentemente sepolti possono riaffiorare, liberando spore e particelle virali che erano rimaste inattive. Inoltre, perforazioni per petrolio e minerali possono mettere in contatto i lavoratori con depositi profondi e potenzialmente infetti, aumentando le possibilità di esposizione diretta e di diffusione locale.

Esempi storici: antrace e casi documentati

Un episodio emblematico avvenne nel 2016 nella penisola di Yamal, in Siberia: un focolaio di antrace che colpì migliaia di renne si estese anche a esseri umani, causando la morte di un ragazzo di dodici anni. Il batterio Bacillus anthracis sopravvive a lungo nel terreno grazie a endospore, strutture resistenti che possono riattivarsi se ingerite da animali o persone. Le autorità attribuirono l’epidemia alla liberazione di spore da una carcassa risalente al 1941, riemersa dopo un’ondata di caldo. Questo caso dimostra come eventi isolati possano riproporre malattie considerate rare o localmente scomparse.

Quali agenti meritano attenzione

Tra i microrganismi da sorvegliare ci sono virus e batteri con caratteristiche di persistenza o impatto elevato. Il virus del vaiolo (Variola virus), dichiarato eradicato nel 1980, ha riacceso i timori quando frammenti di DNA compatibili con il virus furono trovati in mummie siberiane: finora non sono state identificate particelle virali integre e infettive, ma la presenza di materiale genetico impone cautela. Le scorte vaccinali esistenti potrebbero non essere sufficienti per una produzione rapida su larga scala, come segnalato dall’Organizzazione mondiale della sanità e da rapporti delle National Academies.

Influenza storica e i cosiddetti “virus zombie”

I residui dell’influenza pandemica del 1918-1919 sono stati isolati da corpi recuperati nel permafrost e hanno permesso di sequenziare il genoma di quel ceppo, ma non sono state trovate particelle virali integre in grado di trasmettere la malattia. Altra curiosità scientifica riguarda i cosiddetti “virus zombie”, grandi virus riscoperti nel permafrost capaci di infettare amebe dopo decine di migliaia di anni: sebbene questi reperti attirino l’attenzione, la loro capacità di infettare animali o esseri umani resta teorica e necessita di ulteriori verifiche.

Rischi, opportunità e strategie di sorveglianza

La valutazione del rischio oggi è considerata complessivamente bassa per la popolazione globale, ma non trascurabile. È importante investire in monitoraggio ambientale, protocolli di sicurezza per le attività estrattive e capacità di risposta sanitaria, compresa la ricerca su vaccini e tecnologie produttive più rapide. Ripristini mirati della vaccinazione nel bestiame, come quello seguito al focolaio di Yamal, sono esempi di misure pratiche adottate per ridurre l’impatto locale.

Non tutto quello che emerge dal ghiaccio è negativo: alcuni batteri antichi, come quelli scoperti in una grotta ghiacciata in Romania risalenti a circa 5.000 anni, mostrano resistenze agli antibiotici ma producono anche sostanze antimicrobiche utili. Questo apre la possibilità di scoprire nuovi farmaci studiando il materiale antico, trasformando una minaccia potenziale in un’opportunità per combattere l’antibiotico-resistenza. In sintesi, la combinazione di ricerca, sorveglianza e precauzioni operative è la strada migliore per affrontare i rischi connessi al disgelo del permafrost.