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Proteste in Iran e negoziati Teheran-Usa: "Pronti alla guerra ma anche al dialogo"

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La minaccia di guerra Usa‑Teheran spinge l’Iran a bilanciare repressione interna e aperture al dialogo. Gli ultimi sviluppi.

Nelle ultime settimane l’Iran si trova al centro di una guerra senza precedenti. Mentre le proteste antigovernative vengono duramente represse, Teheran ha avviato contatti con gli Usa per cercare di ridurre la tensione, mostrando un’apertura al dialogo. La situazione riflette l’equilibrio fragile tra sicurezza interna, isolamento globale e relazioni con potenze straniere.

Iran tra repressione interna e minacce Usa: violenze, negoziati e isolamento internazionale

In patria, la repressione delle manifestazioni antigovernative continua a lasciare un bilancio drammatico: secondo l’ONG Hrana, le vittime accertate sono circa 545, con altri 580 casi in attesa di conferma, mentre Iran International parla di almeno 2.000 morti.

Le autorità iraniane hanno convocato gli ambasciatori di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia per mostrare immagini delle proteste e avvertire che qualsiasi sostegno esterno sarebbe considerato un’ingerenza. Secondo Araghchi, le manifestazioni “sono diventate violente e sanguinose per fornire una scusa” a Trump per intervenire, e le autorità stanno monitorando gli eventi “alimentati e fomentati da elementi stranieri”. Il ministro ha aggiunto che Internet, sospeso per circa 86 ore, sarà progressivamente ripristinato “in coordinamento con le autorità di sicurezza”.

Sul fronte internazionale, gli Stati Uniti mantengono la pressione: Trump ha confermato che l’Iran “vuole negoziare ma ha avvertito che Washington potrebbe “dover agire prima di un incontro”, valutando anche opzioni militari e attacchi informatici.

Teheran ha risposto che qualsiasi azione americana sarà contrastata, colpendo potenzialmente basi Usa e Israele nella regione. La strategia iraniana appare quindi duplice: da un lato tentare con Washington per evitare un confronto diretto, dall’altro consolidare il controllo interno e il sostegno degli alleati, mentre il Paese rimane isolato sul piano internazionale e le violenze nelle strade proseguono senza segnali di cessazione.

“Pronti alla guerra ma trattiamo”, l’offerta di dialogo Teheran-Usa

Nel mezzo di una dura repressione delle proteste interne, l’Iran ha scelto di inviare segnali di distensione verso gli Stati Uniti. Secondo quanto riferito dal presidente americano Donald Trump, sabato scorso il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, avrebbe contattato Steve Witkoff, inviato speciale statunitense per il Medio Oriente. L’obiettivo è chiaro: cercare di ridurre la tensione con Washington, dopo le minacce di un possibile intervento americano a sostegno dei manifestanti, oppure guadagnare tempo in un contesto di crescente isolamento internazionale.

Araghchi, figura storica della diplomazia iraniana, ha alle spalle oltre quindici anni di contatti con l’Occidente. Discendente di una famiglia di mercanti di tappeti, è stato vice di Javad Zarif durante l’accordo sul nucleare del 2015 e ha mantenuto canali diplomatici attivi anche sotto la presidenza conservatrice di Ebrahim Raisi. Con la presidenza di Masoud Pezeshkian, Araghchi ha tentato di riprendere una strategia di apertura verso la Casa Bianca, sostenuto da settori dello Stato favorevoli a un nuovo negoziato.

Come ha dichiarato lo stesso ministro, “Siamo pronti alla guerra se verremo attaccati, ma anche al dialogo, a condizione che avvenga senza minacce o diktat”, pur precisando di non avere potere decisionale sull’esito di eventuali accordi.

Il vero potere rimane nelle mani della Guida suprema Ali Khamenei, che ha più volte sottolineato: negoziare con Washington è inutile e non ci si può fidare degli Stati Uniti. Le richieste della Casa Bianca — cessazione dell’arricchimento dell’uranio e blocco del programma missilistico — sono considerate inaccettabili, perché comprometterebbero le basi della strategia di difesa nazionale iraniana, già colpita dai raid israeliano-americani dello scorso giugno.

L’Europa, invece, ha reagito duramente: il Parlamento europeo ha vietato l’accesso ai propri locali a rappresentanti iraniani, con la presidente Roberta Metsola che ha sottolineato come “non si può andare avanti come se nulla fosse accaduto mentre il coraggioso popolo iraniano continua a difendere i propri diritti e la propria libertà”.