> > Punta della Dogana, le storie di Lorna Simpson e Paulo Nazareth

Punta della Dogana, le storie di Lorna Simpson e Paulo Nazareth

Venezia, 30 mar. (askanews) – Nota come fotografa concettuale, con lavori esposti in tutto il mondo, Lorna Simpson, nata a Brooklyn nel 1960, da anni lavora anche sulla pittura, continuando a esplorare le tematiche della memoria, della rappresentazione, con le sue falle, e dell’instabilità delle narrazioni. In grandi opere che uniscono la forza della pittura come atto di possibilità a quella delle immagini fotografiche, le sale di Punta della Dogana a Venezia accolgono un racconto visuale ed esperienziale, cha passa attraverso la tecnica del collage, particolarmente cara a Simpson.”C’è veramente da parte dell’artista e della curatrice Emma Lavigne – ha detto ad askanews Bruno Racine, direttore di Palazzo Grassi – Punta della Dogana – la volontà di dialogare con lo spazio di Punta della Dogana, che racconta delle storie, storie del commercio, degli imperi del passato ed entra in risonanza con le grandi tematiche di Lorna, la schiavitù e questa permanenza del retaggio della storia”.La densità del luogo, sempre straordinaria, e quella delle opere dialogano bene, si scambiano suggestioni invisibili, ma presenti, ampliano il raggio emotivo della mostra, intitolata “Third Person”, proprio per la volontà di costruire un racconto polifonico. Che dialoga anche con l’altra esposizione ospitata a Punta della Dogana, quella dedicata all’artista camminatore brasiliano Paulo Nazareth, molto presente nella collezione Pinault, intitolata “Algebra”, nel senso dell’originale arabo, ossia come arte del ricomporre le ossa rotte, del sistemare ciò che si è fratturato. Come per esempio le nostre società.”Paulo Nazareth – ha aggiunto Bruno Racine – è un artista militante, che vuole con il suo atteggiamento far capire che c’è tutto un passato da recuperare, da superare, direi. Rispetto agli altri artisti, lui espone come delle reliquie del suo passaggio: oggetti che ha trovato, che fanno capire che sono passati dei rifugiati e parla del nostro tempo”.In fondo la mostra documenta, in relazione con una piccola città brasiliana chiamata anch’essa Venezia, una performance arte-vita che è tuttora in corso e vuole raggiungere, a piedi e con il corpo che abbiamo, ciò che la storia ha cancellato, ciò che il potere ha nascosto, un’architettura di sofferenze che riemerge, qui in mezzo alla Laguna, per provare a ricomporre, per quanto possibile, quel dolore.