Negli scenari studiati da Cmcc insieme a Deloitte Climate & Sustainability e al European University Institute emerge una fotografia netta: il cambiamento climatico non è solo un problema ambientale, ma una variabile economica che può comprimere il Prodotto interno lordo dell’Italia e rendere più costoso il suo debito pubblico. L’analisi confronta un percorso senza danni climatici e uno in cui gli impatti del riscaldamento si manifestano pienamente, con risultati che hanno ricadute reali su crescita, gettito fiscale e sostenibilità del rapporto debito/Pil.
Le cifre principali sono chiare: entro il 2050, lo scenario con danni climatici porta a una perdita di pil compresa tra l’1,6% e il 6% rispetto a un’Italia che non subisce tali danni. Pur non sembrando subito drammatiche, queste percentuali diventano molto significative per un paese la cui crescita tendenziale è già contenuta: secondo lo studio la perdita può equivalere fino al 15% della crescita economica che l’Italia avrebbe potuto registrare nel periodo 2026-2050.
Danni storici in Europa e impatti sulla produttività
Il territorio europeo ha già pagato un conto consistente per eventi estremi: tra il 1980 e il 2026 le perdite economiche legate a fenomeni meteorologici estremi sono stimate in 822 miliardi di euro. Nel quadriennio 2026-2026 oltre 208 miliardi di perdite si sono concentrati, rappresentando più del 25% del totale registrato negli ultimi 45 anni.
Tali stime si riferiscono in particolare ai danni agli asset fisici, ma non esauriscono le perdite indirette di natura sanitaria, produttiva e distributiva che accompagnano il riscaldamento globale.
Ondata di calore e calo della produttività
Un canale di impatto molto rilevante è la perdita di produttività dovuta alle ondate di calore: le stime indicate nello studio segnalano un impatto tra lo 0,3% e lo 0,5% del Pil europeo, con effetti superiori all’1% in regioni particolarmente vulnerabili. Le proiezioni prospettano che, in assenza di ulteriore adattamento, dal 2060 tali perdite potrebbero superare l’1,1% del Pil europeo, segnalando una tendenza di lungo periodo che amplifica il danno economico se non si interviene.
Effetti sul debito pubblico e il fenomeno dello «spread climatico»
La contrazione del pil ha un riflesso immediato sulle finanze pubbliche: meno crescita significa meno gettito fiscale e, poiché il debito pubblico si misura in rapporto al Pil, lo stesso ammontare di debito assume un peso maggiore. Questo effetto di bilancio è accompagnato da un aumento del rischio percepito dagli investitori, che si traduce in tassi di interesse più alti sul debito sovrano. I ricercatori coniano l’espressione «spread climatico» per descrivere l’incremento del costo di rifinanziamento che deriva dall’aumento del rischio climatico.
Caratterizzando la dinamica, lo studio sottolinea come un maggior premio per il rischio sul debito pubblico implichi costi aggiuntivi per lo Stato: questo si traduce o in maggiori imposte o in un incremento dell’indebitamento, creando un circolo vizioso con ripercussioni anche sui tassi pagati da famiglie e imprese per i loro finanziamenti. In questo modo il rischio climatico si trasforma in un canale di amplificazione delle fragilità finanziarie del Paese.
Dichiarazioni tecniche e rilevanza per l’Italia
Secondo Matteo Calcaterra del Cmcc«ritardare l’azione significa aumentare il costo economico del riscaldamento globale». Questa osservazione collega direttamente la scelta di politiche di mitigazione e adattamento alla stabilità macroeconomica: la riduzione delle emissioni e gli interventi di adeguamento non sono solo misure ambientali, ma leve di politica economica per limitare l’impatto su crescita e finanza pubblica. Carlo Carraro, tra i promotori della ricerca, mette in evidenza come l’aumento del rapporto debito/Pil e la maggiore rischiosità del debito possano spingere verso tassi più elevati, accentuando il problema del costo del rifinanziamento.
Nel complesso, l’analisi offre una lettura che unisce dati storici, proiezioni e implicazioni finanziarie concrete per l’Italia. L’entità delle perdite potenziali e la loro capacità di indebolire la crescita rendono evidente come il clima sia ormai un fattore centrale nelle valutazioni macroeconomiche e nella gestione del debito sovrano.
