Negli ultimi anni l’Iran ha messo in piedi canali alternativi per vendere petrolio e procurarsi beni essenziali, una risposta diretta alle pressioni delle sanzioni internazionali. Dietro a queste rotte si è sviluppata una fitta rete di fiduciari — intermediari, pubblici e privati, incaricati di gestire operazioni finanziarie per enti statali o loro derivazioni — che, secondo ex dirigenti e inquirenti, avrebbero sottratto centinaia di milioni, forse miliardi, alle casse pubbliche.
Le anomalie sono emerse attraverso denunce di ex funzionari, indagini della magistratura e dossier parlamentari. Non si tratta solo di perdite economiche: coinvolgono istituzioni, banche e fondazioni collegate al potere politico, e hanno effetti concreti sul mercato valutario, sul potere d’acquisto dei cittadini e sulla credibilità degli organi di controllo.
Come è nato il sistema dei fiduciari
L’emergere di questa rete è in parte spiegabile: con i tradizionali canali commerciali chiusi o limitati, lo Stato ha delegato funzioni decisive a fiduciarî bancari e a società collegate a istituti esteri. Quel che ne è seguito è stato un forte ridimensionamento della tracciabilità dei flussi finanziari, che ha reso complicata la supervisione e la rendicontazione ufficiale. I dossier parlamentari e le segnalazioni giudiziarie puntano il dito proprio su questa debolezza dei controlli.
Circuiti bancari e movimenti internazionali
Secondo testimonianze e atti giudiziari, grandi somme sarebbero transitare su conti intestati a cittadini pakistani e afghani negli Emirati Arabi Uniti, per poi rientrare in circuiti di riciclaggio tramite società di comodo e operazioni transfrontaliere. Si parla di circa 11 miliardi di dollari non rientrati, oltre a trasferimenti che avrebbero permesso acquisti di immobili di pregio e auto di lusso a Dubai, a beneficio di persone fino a poco prima sconosciute alle autorità. Le indagini in corso cercano di ricostruire ogni passaggio contabile e di individuare i responsabili; restano però dubbi sull’efficacia delle due diligence applicate dagli istituti coinvolti.
Effetti sull’economia e sulla politica
La fuoriuscita di valuta ha aggravato squilibri già pesanti: il rial si è svalutato, l’inflazione è salita e le risorse disponibili per importazioni strategiche sono diminuite. Economisti che hanno analizzato il fenomeno osservano che quei fondi sottratti avrebbero potuto servire a stabilizzare il mercato valutario e sostenere i consumi interni.
Non è stato solo un problema tecnico. La gestione di questa risorsa strategica è stata progressivamente spostata fuori dall’orbita degli specialisti: attori legati a corpi di sicurezza e a fondazioni statali hanno assunto ruoli decisionali, cambiando le logiche di controllo. Questo spostamento ha favorito pratiche di clientelismo e collusioni tra istituti bancari e fiduciari, ampliando le possibilità di discrezionalità e di arricchimento personale. La presenza di figure non specialistiche, nota anche chi ha seguito il settore come Alessandro Bianchi, tende a comprimere la trasparenza operativa e ad aumentare il rischio di inefficienze: i dati mostrano una correlazione tra discrepanze nei flussi e la perdita di capacità dello Stato di intervenire tempestivamente sui mercati.
Strategie per aggirare le sanzioni
Per mantenere l’accesso a beni essenziali sono state adottate misure pratiche: esportazioni di petrolio in cambio di generi alimentari e l’ampliamento degli “agenti di baratto”, cioè intermediari autorizzati a gestire scambi in natura senza passaggi monetari tradizionali. La tattica ufficiale punta a semplificare le importazioni tramite accordi diretti e procedure doganali snelle, ma le autorità sottolineano la necessità di linee guida operative chiare per ridurre il rischio di elusione normativa e di contenziosi internazionali.
Sul fronte marittimo sono state messe in campo cessioni e rinnovi degli asset navali: alcune petroliere ritenute a rischio sono state vendute e sostituite con unità non designate. In un caso si segnala la vendita di una nave per circa 14 milioni di dollari, cifra inferiore al valore di mercato ma ritenuta utile per ricostituire capacità operativa meno esposta. Osservatori e operatori chiedono però controlli rigorosi sui trasferimenti di proprietà, per evitare passaggi fittizi. Le autorità doganali e finanziarie stanno predisponendo criteri di due diligence rafforzata e sistemi di tracciamento degli asset.
Va considerato anche il prezzo economico di queste alternative: operazioni che evitano i canali tradizionali comportano costi elevati, inclusi oneri come la demurrage, e per il periodo considerato si stimano costi attorno agli 8 milioni di dollari. Questo mette in chiaro il reale impatto sui bilanci pubblici e privati di politiche di elusione.
Prospettive e rischi
La consolidazione di canali opachi aumenta il rischio di corruzione istituzionalizzata e la perdita duratura di risorse pubbliche. La magistratura ha aperto indagini formali su diverse operazioni sospette e alcuni politici chiedono audit indipendenti per quantificare concretamente i fondi non rientrati. Trasparenza e tracciabilità appaiono condizioni essenziali per recuperare fiducia e stabilità economica; per questo le autorità indicano come prioritarie due diligence più stringenti e meccanismi efficaci di monitoraggio degli asset.
Le anomalie sono emerse attraverso denunce di ex funzionari, indagini della magistratura e dossier parlamentari. Non si tratta solo di perdite economiche: coinvolgono istituzioni, banche e fondazioni collegate al potere politico, e hanno effetti concreti sul mercato valutario, sul potere d’acquisto dei cittadini e sulla credibilità degli organi di controllo.0