In un’intervista televisiva con Fabio Fazio lo scrittore Roberto Saviano ha affrontato questioni che vanno oltre il singolo episodio giudiziario, ricollegandole alla più ampia questione della libertà di espressione e del ruolo degli intellettuali. Dopo l’assoluzione dalla querela promossa da Matteo Salvini, Saviano ha spiegato come la vicenda non sia solo personale ma rappresenti una battaglia per la possibilità di criticare il potere politico senza il timore di ritorsioni legali.
Nel racconto che ha fornito in studio ha sottolineato più volte il valore del denunciare e del tenere accesa la discussione pubblica sui fenomeni criminali che coinvolgono intere comunità.
Lo scrittore ha inoltre ricordato come certe azioni giudiziarie contro chi scrive o indaga abbiano un effetto deterrente sulla parola pubblica: portare in tribunale giornalisti, intellettuali o scrittori equivale, secondo lui, a un gesto di matrice autoritaria che mira a silenziare la critica.
Ha richiamato l’attenzione su una contraddizione politica: l’idea che un ministro che ha sostenuto una legge che limita specifiche forme di responsabilità non possa poi usare gli stessi strumenti per zittire gli oppositori. Questa osservazione è stata al centro della sua replica alla volontà di Salvini di procedere nuovamente per vie legali.
La querela e il contesto politico
Nel corso della trasmissione è stato ricostruito il contesto della polemica: Saviano aveva definito Matteo Salvini «ministro della MalaVita», espressione che ha generato la reazione legale del leader politico. L’assoluzione, ha rilevato lo scrittore, non è soltanto una vittoria personale ma una tutela della possibilità di critica radicale verso il potere. Il punto centrale rimane il principio secondo cui non è accettabile che il potere politico usi il tribunale come strumento per intimidire chi denuncia. In più occasioni Saviano ha ribadito che portare in giudizio chi esercita la parola pubblica è un atto di intimidazione, e che la società perde se la discussione viene compressa.
La legge e la contraddizione
Un elemento che Saviano ha enfatizzato è la contraddizione normativa: secondo lui non è coerente che chi contribuisce a leggi che limitano determinate azioni giudiziarie possa poi invocare quelle stesse tutele per perseguire chi lo critica. Con toni misurati ma decisi ha ricordato come la discussione pubblica debba poter restare aperta e come la difesa della libertà di parola sia un presidio democratico essenziale. Per Saviano questa sentenza serve a proteggere la possibilità di mettere in discussione i poteri costituiti senza subire rappresaglie legali che altro non fanno se non intimidire chi indaga e informa.
Gomorra, narrazione e responsabilità
Un altro fulcro dell’intervento è stata la difesa dell’opera Gomorra, spesso accusata da alcuni commentatori di aver «ispirato» nuovi criminali. Saviano ha respinto con fermezza questa idea, definendola non solo errata ma anche pericolosa, perché trasforma il narratore in capro espiatorio e sottrae responsabilità alle reali cause sociali e istituzionali. Ha ricordato che la Camorra esiste da molto prima: è una realtà storica radicata che precede lo Stato italiano, presente già ai tempi dei Borbone. Attribuire alla letteratura la nascita o l’azione di gruppi criminali è, secondo lui, una narrazione velenosa che confonde causa ed effetto.
Smontare miti e semplificazioni
Saviano ha analizzato le distorsioni comunicative che nascono quando si cerca un colpevole facile per fenomeni complessi. Secondo lo scrittore, dire che una serie o un libro «armano i ragazzini» è una semplificazione che serve a spostare l’attenzione dalle responsabilità politiche, economiche e sociali. Ha invitato a guardare oltre le metafore sensazionalistiche e a interrogarsi sulle condizioni che rendono possibile la criminalità: povertà, assenza di opportunità e fallimenti dello Stato nel garantire protezione e giustizia. La sua critica punta quindi a ricollocare il problema nel suo contesto reale, non nella narrativa che lo rappresenta.
Illusione, messaggio e reazione pubblica
Infine Saviano ha ammesso un sentimento di disillusione: inizialmente aveva creduto che portare alla luce le ombre e i meccanismi della criminalità avrebbe costretto la politica ad agire. L’aspettativa era che l’opinione pubblica, una volta informata, si sarebbe rivolta contro il fenomeno e non contro chi lo racconta. Invece, ha osservato, il messaggero è diventato il bersaglio. Questa dinamica lo ha portato a riflettere sulla fragilità del ruolo dell’intellettuale in un contesto dove il potere politico può, anche indirettamente, orientare la percezione pubblica trasformando il denunciante in capro espiatorio.
In chiusura, Saviano ha ribadito che l’esito giudiziario rappresenta una tutela fondamentale: non solo per lui, ma per chiunque voglia esercitare la critica politica senza subire minacce giudiziarie. La sua posizione mette in luce la tensione tra libertà di parola, responsabilità narrativa e strumenti di potere, invitando a una riflessione collettiva sul valore della testimonianza e sulla necessità di difendere il diritto di raccontare le realtà scomode del paese.