Il 20 ottobre 2026 la Corte d’Assise di Milano ha emesso una sentenza che farà parlare la città per settimane: ergastolo a Pablo Gonzalez Rivas, 50 anni, per l’omicidio volontario aggravato di Jhoanna Nataly Quintanilla Valle, 40enne. Il giudizio è stato accolto da un applauso di commoventi amiche della vittima, mentre la magistratura ha chiuso un caso iniziato nella gelida notte tra il 24 e il 25 gennaio dell’anno precedente.
Il percorso giudiziario e i protagonisti del processo
Presieduta dalla giudice Antonella Bertoja, la composizione della corte è stata affiancata dal pubblico ministero Alessia Menegazzo, responsabile dell’indagine, e da Letizia Mannella, capo del pool che si occupa anche dei casi di femminicidio. Durante la recessione, Menegazzo ha definito l’evento “non siamo di fronte a un semplice gioco erotico”, ribaltando la difesa dell’imputato, che aveva insistentemente sostenuto il contrario.
La decisione di chiedere carcere a vita è scaturita dall’accumulo di prove, tra cui le testimonianze dei vicini, le riprese delle telecamere condominiali e il risultato dell’autopsia.
Il procedimento, avviato dopo la denuncia di scomparsa presentata da Rivas sette giorni dopo l’evento, ha visto i carabinieri condurre un’indagine approfondita che ha portato al ritrovamento del corpo il 2 marzo, sull’Adda, precisamente in corrispondenza del comune di Zelo Buon Persico, provincia di Lodi.
La magistratura ha così potuto incrociare le prove forensi con le dichiarazioni rese dall’imputato nei giorni successivi, confermando la falsità della versione difensiva.
Ricostruzione dei fatti: dalla lite al nascondiglio nella valigia
Secondo le ricostruzioni, la tensione era già alta nella serata del 24-25 gennaio nella loro abitazione di via dei Daini, nella zona di piazza dei Daini, Bicocca. Un tradimento e l’arrivo imminente di una presunta amante proveniente da El Salvador avevano innescato una violenta discussione. Quando Jhoanna ha tentato di allontanare Rivas, l’uomo, impugnando un punteruolo – attrezzo tipico del suo lavoro di operaio – ha iniziato una serie di colpi alla testa della compagna, seguiti da pugni e calci che, secondo il verbale autoptico, hanno provocato una lenta agonia e la frattura dello sterno.
Una volta resa priva di sensi, Rivas ha trasferito il corpo in una valigia, pulito i residui di sangue dall’appartamento e, nella notte stessa, ha guidato verso l’Adda, luogo in cui la coppia era solita organizzare grigliate con i connazionali. Lì ha scaricato la valigia, ancora parzialmente legata, nel fiume. Incredibilmente, poche ore dopo, l’imputato si è presentato al bar con amici per la colazione, rispondendo alla domanda “Dove è Jhoanna?” con una confessione incompleta, ma non sufficientemente esplicita da risolvere il caso.
Le false versioni e le contraddizioni dell’imputato
Durante l’udienza, Rivas ha mantenuto la posizione di non ricordare il luogo esatto dove aveva gettato la valigia, descrivendo il paesaggio come “acqua alta” e sostenendo di essere “stanco” e “confuso”. Il suo racconto è risultato in pieno contrasto con le immagini delle telecamere condominiali, che lo mostrano mentre carica il corpo in una valigia subito dopo l’aggressione. Inoltre, la sua affermazione “l’ho uccisa” pronunciata agli amici è stata presentata come una confessione, benché non abbia mai formalizzato alcuna ammissione in tribunale.
Le prove biometriche, i denti rotti, le ferite da impatto e la presenza di tracce di sangue sulla valigia hanno confermato, secondo la ricostruzione forense che la vittima è stata prima picchiata e poi, probabilmente, soffocata, smentendo definitivamente la versione del “gioco erotico” difesa dalla parte dell’imputato.
