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Trump attacca il Super Bowl di Bad Bunny: scoppia la polemica negli Usa

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Dopo il Super Bowl, Trump stronca lo show di Bad Bunny, definendolo uno dei ‘peggiori di sempre’ e scatenando dibattito su linguaggio, valori americani e cultura pop.

Il Super Bowl doveva essere, come sempre, una parentesi. E invece no. L’Halftime Show accende una miccia politica che negli Stati Uniti era già lì, pronta. Donald Trump affonda il colpo contro Bad Bunny e lo fa senza mezzi termini. Il canale è il suo. Truth Social. La fonte pure.

Trump, Bad Bunny e il Super Bowl: la polemica parte da Truth

Nel post, pubblicato poche ore dopo l’esibizione al Levi’s Stadium, l’ex presidente definisce lo show “terribile”, arrivando a liquidarlo come “uno dei peggiori di sempre”. Parole secche. Dirette. Trump critica il linguaggio, le coreografie, i contenuti. E soprattutto il contesto. Secondo il presidente, quello spettacolo non rappresenterebbe i valori americani di successo e creatività. Non solo. Lo giudica “inadatto ai bambini”. Una frase che pesa, detta così. Senza giri.

Non è un’intervista, è vero. Ma nel linguaggio politico di Trump i social sono da anni una fonte primaria. Diretta. Ufficiale. E basta a far esplodere la polemica. Le sue parole vengono rilanciate dai principali media statunitensi, che citano esplicitamente il post su Truth come origine dell’attacco. Nessuna smentita. Nessuna precisazione successiva.

Intorno, intanto, lo stadio era già vuoto. Restava il rumore. Quello sì.

Bad Bunny al Super Bowl, tra musica, messaggi e un’America divisa

L’esibizione di Bad Bunny dura poco più di tredici minuti. Ma lascia tracce. È la prima volta che un artista propone un set in gran parte in spagnolo durante l’intervallo del Super Bowl. Un primato, oggettivo. Documentato. Il cantante portoricano entra in scena vestito di bianco. Apre con Tití Me Preguntó. Luci forti, scenografie luminose, coreografie serrate. Tutto molto visivo. Forse troppo, per alcuni.

Durante lo show si alternano momenti di pop latino, danza, riferimenti culturali. Ci sono ospiti. Cameo. Un ritmo continuo. Nessuna pausa vera. In chiusura, Bad Bunny sventola la bandiera degli Stati Uniti. Sul maxi schermo compare una frase: “L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”. Un messaggio che molti leggono come un richiamo all’unità nazionale. Altri, invece, come una presa di posizione. Dipende da dove guardi.

Bad Bunny non risponde direttamente a Trump. Almeno per ora. Nessuna dichiarazione ufficiale. Nessuna replica pubblica. Il silenzio, anche quello, racconta qualcosa.

E poi c’è la partita. Quasi messa in secondo piano. I Seattle Seahawks dominano i New England Patriots, 29-13 il finale. Gara controllata fin dall’inizio. Difesa solida. Secondo titolo NFL per Seattle. Per i Patriots sfuma il richiamo ai fasti dell’era Tom Brady. Niente rimonte. Nessun colpo di scena. Tutto piuttosto chiaro.

Ma il Super Bowl, ancora una volta, va oltre il campo. Diventa un termometro. Culturale. Politico. Sociale. Tra Trump, Bad Bunny e un’America che si guarda allo specchio. E spesso sembra quasi non riconoscersi.