Le autorità pakistane attribuiscono a raid aerei il danneggiamento di presunti rifugi di militanti e l’eliminazione di combattenti. Secondo Islamabad, le operazioni sono state «selettive» e fondate su informazioni d’intelligence, con l’obiettivo di colpire campi collegati al Tehreek-e-Taliban Pakistan e a cellule vicine all’autoproclamato Stato Islamico. I comunicati ufficiali parlano di numerosi militanti neutralizzati e richiamano il diritto dello Stato a proteggere i propri cittadini dopo una serie di attentati sul territorio.
Le autorità di Kabul, però, respingono questa versione: denunciano decine di civili uccisi, tra cui intere famiglie e bambini. Il governo afghano ha convocato l’ambasciatore pachistano per una protesta formale e annunciato che solleverà la questione nei canali diplomatici per ottenere una «risposta adeguata». La vicenda è ora al centro di intense consultazioni bilaterali e rischia di incrinare ulteriormente i rapporti tra i due Paesi.
Vittime e impatto umanitario
Testimoni e autorità locali riferiscono di villaggi sventrati dalle esplosioni, con un numero significativo di morti e feriti. Gli operatori umanitari sul posto segnalano danni a infrastrutture essenziali e difficoltà nell’accesso a cure di base. La questione dei civili coinvolti ha suscitato richieste internazionali di chiarimenti e di verifiche indipendenti sui fatti.
Le narrative ufficiali divergono: da una parte la necessità di interventi mirati contro presunte minacce, dall’altra l’accusa di violenze ingiustificate contro popolazioni non combattenti. Osservatori e analisti avvertono che, senza un dialogo multilaterale e verifiche trasparenti, sarà difficile ricostruire con precisione responsabilità e dinamiche degli eventi. Intanto restano le preoccupazioni per la situazione umanitaria nelle aree di confine e per possibili nuovi spostamenti di popolazione.
Il ruolo dell’India: da antagonista a partner pragmatico
Anche la postura dell’India nei confronti dell’Afghanistan è cambiata nel tempo: da una distanza cauta a un approccio più pragmatico, dettato da considerazioni di sicurezza, interessi umanitari e dalla volontà di contenere l’influenza di altri attori regionali. Secondo esperti, il nuovo corso indiano combina presenza diplomatica e cooperazione tecnica mirata.
Il rapporto tra New Delhi e i governi di Kabul ha oscillato: dopo il ritorno dei Taleban al potere l’India aveva inizialmente sospeso attività diplomatiche, ma poi ha progressivamente ripreso il dialogo, inviando esperti tecnici, riaprendo la missione diplomatica a Kabul e autorizzando presenze consolari in città come Mumbai e Hyderabad. Questa svolta è interpretata come una mossa volta a proteggere interessi strategici e umanitari e a evitare che spazi di influenza siano occupati da Pakistan o Cina.
Aiuti umanitari e progetti infrastrutturali
Tra il 2001 e il 2014 l’India ha investito risorse significative nella ricostruzione afghana: scuole, ospedali, dighe e altri progetti infrastrutturali. Nei casi di calamità, New Delhi ha inoltre fornito aiuti di prima necessità e supporto sanitario. Funzionari indiani e rappresentanti locali citano questi interventi come indice di un impegno pragmatico: l’engagement è visto come strumento per salvaguardare interessi economici e contribuire alla stabilità regionale, limitando al contempo l’espansione dell’influenza di altri attori.
Perché la convergenza Kabul–New Delhi preoccupa Islamabad
Da Islamabad la vicinanza tra Kabul e New Delhi viene percepita come un rischio per gli equilibri regionali. Storicamente il Pakistan ha accusato l’India di cercare legami diretti con l’Afghanistan per contenere la sua influenza: una logica di alleanze temporanee che, secondo la narrazione pachistana, opererebbe sul principio del «il nemico del mio nemico».
Calcoli strategici e scenari futuri
Per New Delhi si tratta soprattutto di realpolitik: preservare corridoi commerciali, progetti infrastrutturali e limitare il rafforzamento di attori ritenuti ostili. Al tempo stesso, gli attacchi transfrontalieri aumentano il rischio di escalation. Analisti e osservatori sottolineano che, senza meccanismi efficaci di gestione delle crisi, le tensioni potrebbero tradursi in interventi più diretti o in una crescente militarizzazione dei confini.
In assenza di un dialogo multilaterale stabile, la combinazione di raid, accuse pubbliche e riavvicinamenti diplomatici tiene la regione su un terreno fragile. Le prossime mosse di Islamabad, Kabul e New Delhi saranno decisive: possono portare a un’escalation o, al contrario, aprire una via negoziale per ridurre le tensioni. A pesare sulle scelte sono non solo esigenze di sicurezza, ma anche interessi economici e narrative politiche interne; la fiducia reciproca e la cooperazione transfrontaliera rimangono elementi chiave per il futuro equilibrio regionale.