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Tokyo in ribasso all'apertura: il petrolio e i dati sull'inflazione Usa tengono desta l'attenzione

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La seduta asiatica si apre con il Nikkei in ribasso mentre il petrolio e l'incertezza sui dati Usa influenzano tassi e valute

La Borsa di Tokyo ha avviato la seduta in calo il 13 marzo 2026, rispecchiando la correzione registrata sui listini statunitensi e il clima di maggiore avversione al rischio. In apertura il Nikkei ha segnato una flessione dell’1,40%, attestandosi a 53.688,23 punti con una perdita di 764 punti, mentre gli operatori valutano con attenzione l’evoluzione dei prezzi dell’energia e le ripercussioni geopolitiche.

Accanto ai dati di mercato, pesa il contesto internazionale: le tensioni in Medio Oriente e l’andamento dell’inflazione americana sono elementi chiave per prevedere i prossimi movimenti della Federal Reserve e delle altre banche centrali. Sul fronte valutario lo yen si è rafforzato leggermente sul dollaro, poco sopra quota 159, e sull’euro, con un livello indicativo di 183,30 nella misurazione adottata dagli operatori.

Situazione a Tokyo e dinamiche di apertura

Il movimento negativo di Tokyo non è isolato: l’apertura in calo riflette l’influenza esercitata dalla chiusura debole di Wall Street e dalla volatilità sul settore energetico. Gli investitori giapponesi monitorano sia i prezzi del greggio sia gli sviluppi sulle rotte marittime nel Golfo Persico, dove episodi di tensione possono tradursi in impennate dei costi energetici. In questo contesto il Nikkei funge da termometro della propensione al rischio regionale, con variazioni che rispecchiano l’umore globale più che fattori esclusivamente locali.

Valute e sensazioni del mercato

La leggera forza dello yen e la stabilità relativa dell’euro evidenziano come il mercato delle valute reagisca in parallelo all’ansia sull’energia e all’attesa dei dati macro. I movimenti valutari possono influenzare i rendimenti delle aziende esportatrici giapponesi e la competitività internazionale: per gli operatori il rapporto dollaro/yen e il cross euro/dollaro restano indicatori essenziali. In particolare, la forza del dollaro negli ultimi giorni ha complicato il quadro per le valute più sensibili alle materie prime.

Il ruolo del petrolio e le tensioni in Iran

Al centro delle preoccupazioni rimane il prezzo del petrolio, che reagisce a ogni escalation in Iran e allo stato delle rotte come lo Stretto di Hormuz. Dopo una fiammata che aveva portato il greggio verso i 120 dollari al barile e un successivo ritracciamento sotto i 90, i futures mostrano quotazioni più contenute: il Brent viaggia in area 87,6 dollari al barile mentre il WTI si attesta intorno agli 83,7 dollari, segnali che riflettono la volatilità degli ultimi giorni e le oscillazioni della domanda e dell’offerta globale.

Riserve strategiche e interventi sul mercato

Fonti giornalistiche hanno riportato che l’Agenzia internazionale per l’energia avrebbe proposto un rilascio massiccio di riserve strategiche per arginare il rialzo dei prezzi, una mossa che, se attuata, rappresenterebbe una misura straordinaria per raffreddare i mercati energetici. I trader valutano con attenzione queste opzioni perché un rilascio di riserve può attenuare il picco dei prezzi, ma gli effetti sono spesso temporanei e dipendono dall’entità e dalla tempistica dell’intervento.

Inflazione Usa, lavoro e impatto sulla politica monetaria

Accanto all’energia, gli occhi sono puntati sui dati sull’inflazione americana: in febbraio i prezzi al consumo hanno mostrato letture in linea con le attese, con un aumento mensile dello 0,3% e tassi annui attorno al 2,4%, mentre il dato core ha confermato una dinamica più contenuta. Le statistiche sul mercato del lavoro, con segnali di rallentamento dell’occupazione, complicano però la valutazione sulla traiettoria dei tassi della Federal Reserve. Gli strumenti di mercato, come il CME Watch, prezzano quasi completamente un mantenimento dello status quo sui tassi (circa il 99,4%), riducendo la probabilità di un taglio imminente.

Per gli investitori la combinazione di pressioni geopolitiche e dati macroeconomici crea uno scenario di incertezza: se da un lato occupazione debole potrebbe favorire condizioni più accomodanti, dall’altro un rialzo prolungato del petrolio rischia di alimentare l’inflazione e spingere le banche centrali a mantenere misure restrittive. Questa dualità rende i prossimi giorni cruciali per capire la direzione dei tassi e la reazione dei mercati azionari e obbligazionari.