Il caso di Stella Boggio, accusata di aver ucciso il compagno con una coltellata al cuore, riapre il dibattito su violenza domestica, legittima difesa e responsabilità penale. La vicenda, avvenuta nella notte tra il 6 e il 7 gennaio 2025 a Bovisio Masciago, mette in luce le dinamiche di relazioni tossiche e le difficili valutazioni della giustizia tra contesto di maltrattamenti e azioni volontarie.
Stella Boggio e il compagno Marco Magagna: un contesto di violenza e relazioni difficili
L’istruttoria ha messo in luce un quadro di maltrattamenti e tensioni nella coppia, definito dalla Procura come una relazione “tossica”, caratterizzata da aggressioni reciproche, minacce e condotte vessatorie documentate anche nelle conversazioni telefoniche e chat tra i due. Il pm ha precisato che, sebbene questi elementi non esonerino Boggio dalla responsabilità, forniscono contesto al gesto, evidenziando che la donna aveva subito pressioni e violenze.
Durante l’udienza davanti alla Corte d’Assise di Monza, sia la parte civile che la difesa hanno presentato le proprie argomentazioni: gli avvocati dei familiari della vittima hanno sottolineato la consapevolezza e la determinazione della Boggio nell’usare il coltello, mentre i legali della difesa hanno ribadito la versione della legittima difesa, citando le chiamate ai soccorsi in cui la donna dichiarava di reagire a un’aggressione.
Uccise il compagno con una coltellata al cuore: Stella Boggio a processo
Il pubblico ministero Alessio Rinaldi ha chiesto una pena di 14 anni di reclusione per Stella Boggio, 34 anni, accusata di aver ucciso il compagno Marco Magagna, 38 anni, la notte tra il 6 e il 7 gennaio 2025 nella loro abitazione di Bovisio Masciago. Secondo l’accusa, la donna avrebbe colpito l’uomo con un solo fendente al cuore, utilizzando un coltello di 18 centimetri, azione ritenuta volontaria e incompatibile con una reazione di legittima difesa.
La Procura ha evidenziato come il colpo fosse deliberato, con la consapevolezza del rischio di provocare la morte, sottolineando che l’imputata avrebbe potuto evitare la tragedia allontanandosi o chiamando aiuto, come già fatto in precedenza. Nonostante la gravità del gesto, il pm ha riconosciuto le attenuanti generiche, considerando il comportamento corretto durante il processo, il rispetto delle misure cautelari e la presenza di un figlio minore.