La tensione tra Usa e Iran torna a salire dopo i nuovi attacchi in Medio Oriente. Washington prepara una possibile offensiva contro Teheran, mentre Donald Trump minaccia una dura ritorsione e il coinvolgimento dell’Arabia Saudita nei raid contro le milizie filo-iraniane fa temere un’ulteriore escalation del conflitto.
Il blocco navale e la tensione nello Stretto di Hormuz
Parallelamente alle operazioni militari, gli Stati Uniti stanno intensificando le attività contro Teheran anche sul fronte marittimo. Il Centcom ha comunicato che “continuano ad applicare rigorosamente il blocco statunitense contro l’Iran“ e che, al 29 luglio, le forze americane hanno deviato 20 navi mercantili, ne hanno rese non operative due e abbordate altre due.
L’Iran, dal canto suo, ha attaccato una base americana e colpito tre petroliere nello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi per il trasporto mondiale di energia.
Da Teheran arriva inoltre un messaggio particolarmente netto sul futuro dello stretto. Il vicepresidente del Parlamento iraniano Ali Nikzad ha dichiarato all’agenzia Isna che Hormuz non tornerà alla situazione precedente al conflitto, rivendicando il controllo iraniano sull’area.
“Consideriamo lo stretto una conquista della recente guerra imposta e un dono divino alla grande nazione iraniana“, ha affermato Nikzad, sottolineando che il Paese continuerà a difendere le proprie rivendicazioni.
Usa-Iran, Trump minaccia nuovi raid: “Colpiremo molto duramente”
La tensione tra Stati Uniti e Iran torna a salire e Washington prepara una possibile nuova fase di attacchi. Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, durante la scorsa settimana l’ammiraglio Brad Cooper, alla guida del Comando centrale statunitense (Centcom), avrebbe sottoposto a Donald Trump un piano per 10-14 giorni di raid intensivi, con l’obiettivo di indebolire le capacità missilistiche di Teheran. Il presidente americano potrebbe scegliere tra operazioni mirate e la campagna più ampia elaborata da Cooper, in risposta agli attacchi iraniani contro obiettivi statunitensi in Giordania.
Nel frattempo, il Centcom ha confermato l’avvio di un attacco missilistico contro l’Iran, definendolo una “potente risposta al tentato attacco di ieri dell’Iran contro le forze Usa basate in Medio Oriente“. Trump ha ribadito la volontà di reagire con durezza: “Colpiremo l’Iran molto duramente, perché è il nostro turno farlo. Sanno che sta arrivando, ci stanno chiedendo di non farlo“. Il presidente ha spiegato che le forze americane hanno intercettato cinque razzi, aggiungendo: “Abbiamo abbattuto cinque razzi che viaggiavano a 8.500 km l’ora. Ci hanno provato, ora tocca a noi“. Secondo Trump, inoltre, l’attacco sarebbe stato condotto da una fazione diversa rispetto a quella con cui Washington mantiene i contatti: “Ci hanno già chiesto scusa, ma noi li colpiremo comunque un pochettino“.
Arabia Saudita in campo: il conflitto si allarga
A rendere ancora più delicato lo scenario è il coinvolgimento diretto dell’Arabia Saudita. Riyad, che nei mesi precedenti aveva cercato di evitare un coinvolgimento nel confronto tra Washington e Teheran, ha partecipato per la prima volta insieme agli Stati Uniti a un’operazione contro obiettivi nell’Iraq orientale. I raid hanno colpito le Forze di mobilitazione popolare, conosciute come Al Hashid Al Shaabi, una rete di gruppi armati a maggioranza sciita che comprende anche importanti formazioni vicine all’Iran e che rappresenta da tempo una minaccia per gli interessi americani.
Le Forze di mobilitazione popolare sono nate nel 2014 durante la guerra contro l’Isis, dopo una fatwa dell’ayatollah Ali al-Sistani, massima autorità sciita irachena, in risposta all’avanzata jihadista nel Paese. L’operazione congiunta tra Washington e Riyad segna quindi un cambio di atteggiamento per l’Arabia Saudita, che negli ultimi mesi aveva privilegiato la prudenza, mantenendo aperti i canali diplomatici con Teheran anche mentre gli attacchi dei droni iraniani colpivano infrastrutture petrolifere saudite. Il crescente peso dei gruppi filo-iraniani in Yemen e Iraq ha però aumentato la pressione sul regno, spingendolo verso una posizione più assertiva.
Il cambio di strategia si inserisce nella più ampia politica saudita di rafforzamento del proprio ruolo regionale. Riyad ha consolidato i rapporti economici e militari con Washington, investendo decine di miliardi di dollari nell’ammodernamento delle proprie forze armate e nei sistemi di difesa aerea, ma contemporaneamente ha lavorato per ridurre le tensioni con Teheran, arrivando nel 2023 a un accordo diplomatico mediato dalla Cina. Ora, però, l’escalation in Medio Oriente sembra mettere nuovamente alla prova quell’equilibrio. Trump, intanto, ha rilanciato anche sul fronte economico: “Vorrei che“ il Congresso colpisse “l’Iran con i dazi, non soltanto con le sanzioni“, sostenendo che una simile misura potrebbe risultare più efficace.
Nel quadro della crescente escalation si registra anche un episodio che coinvolge l’Egitto: un drone ha colpito una metaniera statunitense a Damietta. Il Cairo ha confermato l’incendio a bordo della nave, senza tuttavia attribuirne pubblicamente la causa.
