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In Brasile forte rischio Covid nella riserva indigena yanomami

Amajari (Brasile), 9 lug. (askanews) – Il figlio di Lucita è morto a Boa Vista, in Brasile, catalogato come sospetto caso di Covid-19, e ora lei non riesce a riportare al villaggio la sua salma. La paura del virus ha raggiunto la riserva indigena yanomami, nel Nord della foresta amazzonica, e la gente si trova di fronte a una scelta drastica: restare nel villaggio dove mancano le attrezzature mediche o andare in città, dove ci sono gli ospedali, ma dove il rischio di contagio è molto più alto.

“Arrivavamo dalla comunità indigena, ma non aveva il Covid – racconta Lucita, una giovane sanoma (sottogruppo yanomami) del villaggio Auaris che il 25 maggio è andata nella capitale dello Stato di Roraima con suo figlio di 2 mesi – era solo malato. Mi hanno portata in ambulatorio (a Casai, un ambulatorio indigeno, ndr) e il giorno dopo mi hanno detto che mio figlio era morto”.

“Vorrei portare il corpo di mio figlio a casa, dove c’è la mia famiglia, abbiamo tutti bisogno di piangere insieme. La mia comunità si aspetta che mi diano il corpo, ho davvero bisogno di riprenderlo”.

Il piccolo – contro la tradizione locale della cremazione – è stato sepolto in un cimitero di Boa Vista, a 300 chilometri dal suo villaggio.

“O esumiamo il corpo e lo portiamo così o, una seconda soluzione – propone Robson Santos da Silva, segretario speciale per la salute degli indigeni del ministero della Salute – è quella di portare il corpo già cremato, che è più sicura, perché non sappiamo se il virus è ancora presente nel corpo e quanto può rimanere attivo, questa è la nostra paura”.

Anche se non ci sono casi confermati ad Auaris, villaggio di 4.000 tra yanomami e yekuana, la preoccupazione è visibile. Molti residenti indossano le mascherine e la parola “coronavirus” è ormai entrata nel vocabolario quotidiano. I militari hanno portato strumenti per la protezione individuale, medicine, assistenza e la possibilità di fare un test rapido. Il rischio di introdurre il virus nella terra yanomami, al confine tra Venezuela e Brasile e che sul lato brasiliano ospita circa 27.000 indigeni, è sicuramente alto. L’infettivologa dell’esercito, Maria Leticia Nascimento:

“Sappiamo che queste popolazioni indigene ogni tanto vanno nella capitale, a Boa Vista, entrano in contatto con persone con il Covid e possono portare la malattia qui nella comunità. Siamo molto preoccupati per questo”.

Sono già tre le madri della comunità che hanno vissuto il dramma di Lucita, rivela il leader indigeno del villaggio, Mauricio Yekuana, che lancia un appello per evitare di andare in città:

“Stiamo facendo una campagna per chiedere al mondo di aiutarci a comprare attrezzature, respiratori”.

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