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La trasferta dei vertici dell’Unione europea a Kyiv, coincisa con il quarto anniversario dell’invasione russa, ha avuto un doppio valore simbolico e politico: da una parte la volontà di manifestare solidarietà al popolo ucraino, dall’altra la difficoltà di trasformare parole in misure immediate a causa di frizioni interne.
Il 24/02/2026 i rappresentanti di Bruxelles hanno portato con sé un aiuto d’emergenza e dichiarazioni di sostegno, ma non il pacchetto finanziario e le nuove sanzioni concordate nelle settimane precedenti: la visita ha
La visita e gli aiuti immediati
Nel corso della giornata il presidente della Commissione europea ha annunciato un contributo immediato di €100 milioni per un programma di supporto energetico invernale, pensato per coprire necessità urgenti di riscaldamento e forniture. Questo stanziamento è stato presentato come una misura concreta per rispondere alle conseguenze dei danni alle infrastrutture, incluso l’attacco che ha coinvolto il gasdotto Druzhba, secondo le autorità ucraine.
Un sostegno simbolico e pratico
Il versamento di €100 milioni è stato letto come un segnale di vicinanza che accompagna la presenza fisica dei leader: la dimensione simbolica della visita si unisce a misure d’urgenza che possono alleviare problemi immediati, ma non sostituiscono la necessità di pacchetti finanziari strutturati più ampi.
Il nodo del prestito da €90 miliardi e l’opposizione dell’Ungheria
Il tema centrale della trasferta rimaneva il piano di prestiti per l’Ucraina, stimato in €90 miliardi, accompagnato da una nuova tranche di sanzioni contro la Russia. Tuttavia, l’accordo ha incontrato un ostacolo rilevante: la posizione di veto del governo ungherese guidato da Viktor Orbán ha impedito l’approvazione definitiva dei provvedimenti prima della partenza per Kyiv.
Le ragioni ufficiali addotte da Budapest si collegano ai problemi creati dall’interruzione del transito di petrolio e ai timori su ricadute energetiche interne. Critici europei hanno interpretato invece la scelta come una leva politica interna, in vista di prossime tornate elettorali in Ungheria.
Druzhba e pressioni diplomatiche
Un elemento concreto su cui si è focalizzata la diplomazia è la riparazione del gasdotto Druzhba, danneggiato in un attacco attribuito a forze ostili: l’idea di fondo era utilizzare la ripresa dei flussi come condizione per sbloccare il via libera di Budapest. I leader europei hanno affidato ai negoziatori il compito di ricucire la frattura, mentre a Kyiv si è chiesto a Orbán di rispettare gli impegni presi in sede europea.
Reazioni ucraine e il discorso al Parlamento europeo
Le autorità ucraine hanno accolto la delegazione con prudente apprezzamento, sottolineando però la necessità che le promesse diventino fatti. Il ministro degli Esteri ucraino ha definito l’ostruzionismo come un elemento che rischia di «traghettare problemi interni» nella politica estera e ha invitato a incontri diretti per ricomporre il rapporto tra Budapest e Kyiv.
Il presidente Volodymyr Zelenskyy ha poi preso la parola in una seduta straordinaria del Parlamento europeo, ribadendo la richiesta di una strategia che combini pressione finanziaria e supporto militare per costringere la Russia a rivedere i propri obiettivi bellici. Il messaggio è stato chiaro: servono misure coordinate e durature, non solo gesti simbolici.
Il contesto più ampio: diplomazia europea e altre tensioni
Parallelamente alla missione a Kyiv, l’agenda europea evidenzia altri dossier strategici: la visita del cancelliere tedesco in Cina, le tensioni istituzionali tra Commissione e Stati membri sul bilanciamento di poteri e lo slittamento di provvedimenti sensibili come la riforma sulle espulsioni. Questi elementi mostrano un blocco alle prese con sfide interne che influenzano la capacità di risposta esterna.
Il quadro è La trasferta del 24/02/2026 è stata un episodio emblema di questa tensione tra volontà e vincoli.
Prospettive immediate
Il lavoro diplomatico proseguirà nelle prossime settimane, con l’obiettivo di trasformare gli impegni in decisioni operative. Il successo dipenderà dalla capacità degli Stati membri di conciliare interessi nazionali e responsabilità collettiva: la posta in gioco resta alta, sia per la sicurezza europea sia per la credibilità delle istituzioni comunitarie.