> > “C’è lo zampino di Putin", rivolta a Milano: l'accusa choc

“C’è lo zampino di Putin", rivolta a Milano: l'accusa choc

“C’è lo zampino di Putin", rivolta a Milano: l'accusa choc

Le proteste milanesi riaprono il dibattito sulle possibili ingerenze straniere e sulla guerra ibrida. Mariangela Zappia punta l’attenzione sui social network e sulla necessità di accertare eventuali responsabilità.

Le violenze registrate durante le rivolte a Milano riaccendono il dibattito sulla guerra ibrida e sulla possibilità che interessi stranieri possano alimentare le tensioni interne. A parlarne è Mariangela Zappia, presidente dell’Ispi ed ex ambasciatrice italiana negli Stati Uniti, che in un’intervista a Repubblica analizza alcuni aspetti delle mobilitazioni, dal ruolo dei social network ai possibili tentativi di condizionare il clima politico europeo.

Tra le ipotesi prese in considerazione figura anche un eventuale coinvolgimento russo, ma la diplomatica invita alla prudenza. Parallelamente, resta aperta la questione del disagio giovanile, che non può essere messa in secondo piano nella ricostruzione degli avvenimenti.

Scontri a Milano, l’ipotesi di interferenze russe e il ruolo dei social

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito gli episodi un possibile «frutto della guerra ibrida». Interpellata sull’argomento, Zappia osserva: «Se il ministro ha detto una cosa del genere, vuol dire che ha degli elementi. Da osservatrice noto diversi aspetti sospetti».

Uno degli elementi da approfondire riguarda le modalità con cui i giovani sarebbero stati coinvolti nelle proteste e l’assenza di una struttura organizzativa facilmente identificabile.

«In primo luogo, il fatto che sia difficile capire come sono stati mobilitati questi ragazzi: non c’è un’organizzazione chiara dietro. Non mi sembra un caso che i social media più utilizzati siano stati Telegram e TikTok: mi viene da pensare che soggetti stranieri possano aver contribuito a creare caos», afferma la presidente dell’Ispi. L’attenzione si concentra quindi sull’utilizzo delle piattaforme digitali per diffondere messaggi e coordinare le iniziative. Secondo Zappia, le modalità di impiego di questi strumenti meritano di essere esaminate anche alla luce delle precedenti operazioni di influenza attribuite alla Russia in Europa.

Alla domanda sulla possibilità di un coinvolgimento del Cremlino, risponde: «Francamente sì. Abbiamo già visto azioni simili condotte dal Cremlino nei nostri Paesi per dividere le opinioni pubbliche. L’uso di Telegram fa pensare a quei metodi. Ma bisogna sempre fare attenzione: queste sono ipotesi che l’analisi ci porta a individuare, poi bisogna verificare i fatti».

Tra gli obiettivi di eventuali operazioni di destabilizzazione ci sarebbe quello di accentuare le divisioni interne e mettere in difficoltà i governi, anche in prossimità delle elezioni. «Creare polarizzazioni interne che arrechino problemi ai governi locali. Se poi consideriamo che nei prossimi mesi ci saranno elezioni in Paesi europei importanti, dalla Spagna alla Francia, dalla Polonia all’Italia, è normale chiedersi se non ci sia anche un tentativo di interferire in vista di queste scadenze», dichiara.

Nell’intervista viene affrontato anche il tema della migrazione, considerato particolarmente divisivo per l’opinione pubblica. A proposito della crisi di Ceuta, in Spagna, Zappia sottolinea: «La migrazione è uno dei temi che lacerano verticalmente le opinioni pubbliche ed è tra i più difficili da trattare per gli esecutivi. Non possiamo dire che tutto quello che succede da noi sia il risultato di una destabilizzazione russa, ma siamo in un momento in cui questa modalità viene utilizzata».

Guerra ibrida, la risposta dell’Europa e il malessere dei giovani

Per contrastare eventuali interferenze, secondo la presidente dell’Ispi è necessario rafforzare la collaborazione tra i Paesi europei e investire in strumenti di prevenzione. «Da soli è molto complicato far fronte a pressioni di questo genere. Possiamo schermarci solo come Europa, investendo negli strumenti necessari per contrastarle e senza considerarle un fenomeno episodico. È una dinamica destinata a continuare nel tempo. La nostra intelligence e le nostre forze dell’ordine già svolgono un’attività di controllo dei canali social più attenzionati», afferma.

La sicurezza, tuttavia, non esaurisce le questioni sollevate dagli scontri di Milano. Attribuire eventuali responsabilità a soggetti esterni senza riscontri rischierebbe di trascurare le ragioni che spingono una parte dei giovani a partecipare alle proteste e il disagio presente nella società. Su questo aspetto Zappia è chiara: «Il malessere c’è, non c’è dubbio. Mettiamo pure che questa sia un’azione provocata da fuori: significa comunque che questi ragazzi vivono dei vuoti e la società non li aiuta a riempirli».

Anche qualora venissero accertati tentativi di manipolazione straniera, resterebbe quindi necessario comprendere le fragilità sociali che possono aver favorito il coinvolgimento dei manifestanti. La sfida è duplice: verificare l’eventuale presenza di interferenze esterne e affrontare le ragioni del disagio giovanile, senza trasformare i sospetti in conclusioni definitive.

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