A ottant’anni dalla fine della monarchia e dall’esilio dei Savoia, il tema del rapporto tra memoria storica e identità nazionale torna al centro del dibattito pubblico. In questo contesto, Emanuele Filiberto di Savoia si è rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per un appello simbolico, chiedendo una riflessione condivisa sul passato del Paese e sulla possibilità di una riconciliazione storica legata alla figura di Umberto II e della regina Maria José.
Maria José e Umberto II: una storia tra monarchia, caratteri opposti ed esilio
Nel libro La Regina di Maggio, dedicato alla figura di Maria José, Emanuele Filiberto ricostruisce non soltanto la vicenda della famiglia Savoia, ma anche il profilo di una donna colta, anticonformista e profondamente indipendente. I ricordi personali si intrecciano ai racconti storici appresi durante le visite domenicali alla nonna nella sua residenza svizzera di Le Château de Merlinge.
La descrive come una personalità vivace e curiosa, capace di trasmettere ai nipoti episodi e retroscena della storia europea, oltre che autrice di importanti opere dedicate alla dinastia sabauda. Il rapporto con Umberto nacque da un matrimonio dinastico, come avveniva spesso nelle case regnanti del tempo.
I due si conobbero da giovanissimi a Venezia: lei, principessa del Belgio moderna e ribelle; lui, educato secondo i rigidi principi della disciplina militare.
Le differenze caratteriali furono evidenti fin dall’inizio e accompagnarono l’intera relazione. Il lungo fidanzamento, durato undici anni, fu segnato da tensioni politiche, sorveglianze del regime fascista e campagne diffamatorie. Maria José, vicina ad ambienti antifascisti e in contatto con figure come Benedetto Croce e Alcide De Gasperi, era guardata con sospetto dal potere, mentre su Umberto venivano diffuse voci costruite per danneggiarne l’immagine pubblica. Anche il matrimonio del 1930 rifletté l’indole anticonvenzionale della futura regina, che modificò all’ultimo momento il proprio abito nuziale per renderlo più confortevole. Secondo Emanuele Filiberto, gli italiani nutrivano grande affetto per la coppia reale e vedevano in Maria José una figura vicina alla popolazione, soprattutto per l’impegno umanitario svolto durante gli anni della guerra.
L’esilio del 1946 rappresentò però una frattura non soltanto politica, ma anche familiare. Dopo un primo periodo trascorso insieme, Umberto II e Maria José scelsero di vivere separati: il sovrano si stabilì in Portogallo, a Cascais, mentre la regina rimase in Svizzera con il figlio Vittorio Emanuele. Pur prendendo strade diverse, mantennero un rapporto improntato al rispetto reciproco. In Svizzera, Maria José poté continuare a coltivare i suoi interessi culturali e le relazioni intellettuali che avevano sempre caratterizzato la sua vita. Umberto II, invece, trasformò la residenza di Villa Italia in un luogo di incontro per migliaia di italiani che continuarono a considerarlo il proprio re. “Non si è mai negato a nessuno“, ricorda Emanuele Filiberto, sottolineando come il legame tra il sovrano in esilio e molti suoi connazionali sia rimasto vivo fino alla fine.
Da questa memoria familiare e storica nasce oggi la richiesta di riportare in patria le spoglie degli ultimi sovrani d’Italia, nella convinzione che il trascorrere del tempo possa favorire una riconciliazione con una pagina complessa della storia nazionale.
L’appello di Emanuele Filiberto a Sergio Mattarella per i nonni: “Le spoglie reali tornino in Italia”
A ottant’anni dall’esilio che seguì il referendum istituzionale del 1946, Emanuele Filiberto di Savoia ha rivolto un appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché venga consentito il rientro in Italia delle spoglie di Umberto II e di Maria José, con la loro sepoltura al Pantheon accanto ai primi sovrani dell’Italia unita.
“Spero che il tempo della serenità sia arrivato“, afferma il principe in una intervista a Il Giornale, richiamando la necessità di una rilettura equilibrata della storia nazionale. Nel ricordare il nonno, ultimo re d’Italia, sottolinea come il suo ruolo istituzionale precedette di poco la nascita della Repubblica: Umberto II fu infatti Luogotenente generale del Regno dal giugno 1944 al maggio 1946, per poi regnare per poco più di un mese, dal 9 maggio al 13 giugno 1946.
Emanuele Filiberto invita inoltre a non ridurre gli 85 anni della monarchia sabauda al solo periodo fascista, pur ribadendo una netta condanna del regime. A suo giudizio, il contributo della dinastia alla costruzione dello Stato unitario e ad alcune importanti conquiste civili merita di essere riconosciuto senza cancellazioni o semplificazioni. Tra queste ricorda il decreto firmato da Umberto nel febbraio 1945 che estese il diritto di voto alle donne, un passaggio fondamentale verso la partecipazione democratica. “Non si può mettere un bollino rosso su tutti quegli 85 anni a causa del tragico ventennio fascista“, osserva, auspicando che il Paese possa oggi confrontarsi con il proprio passato in modo più maturo e sereno.
