Barbero censurato perché alcune sue affermazioni sul referendum della giustizia si riferivano a un vecchio testo di riforma del 2011 e non alla normativa attuale. Da qui sono nate accuse di censura, in realtà infondate: il video resta visibile e condivisibile, e l’avviso sui social serve solo a segnalare inesattezze fattuali. La vicenda mostra quanto sia fondamentale distinguere tra opinioni personali e dati verificabili, e quanto il fact checking sia essenziale per garantire un dibattito libero ma corretto.
Social media, polemiche e percezione della censura: il caso Barbero
La vicenda ha sollevato un acceso dibattito sulla funzione dei social nella diffusione delle opinioni e sul diritto di espressione degli intellettuali durante la campagna referendaria. Diversi esponenti politici, come Francesco Boccia e Debora Serracchiani, hanno sollevato interrogazioni parlamentari denunciando presunte limitazioni alla circolazione delle idee. Il presidente del comitato Giusto Dire No, Enrico Grosso, ha dichiarato: “Ogni giorno il fronte del Sì sta provando a silenziare le nostre ragioni e a rendere la nostra informazione inaccessibile agli elettori“.
Allo stesso tempo, esponenti come Peppe De Cristofaro hanno interpretato l’avviso di Meta come una forma di censura politica: “Meta si nasconde dietro il fact-checking, ma in realtà esercita censura privata, arbitraria, opaca, senza controllo“.
Dalla prospettiva degli esperti, come Mieli, non si tratta di intervento governativo: “Non è stato il governo, ma Facebook. Si è trattato di un dibattito normale tra sostenitori del sì e del no“. L’episodio mette in evidenza come la viralità dei contenuti e l’intervento degli algoritmi possano generare fraintendimenti sulle modalità di diffusione delle informazioni. Anche Zagrebelsky ha commentato la vicenda definendola «vergognosa», sottolineando come Barbero, seguito da un pubblico trasversale, sia stato criticato proprio per la sua autorevolezza.
“Come è andata davvero”, Barbero censurato da Facebook? Ecco perché
Il dibattito esploso attorno al video di Alessandro Barbero sul referendum della giustizia ha rapidamente superato il semplice confronto sulle riforme, diventando un caso mediatico e politico. Come racconta Franco Bechis, direttore di Open, la vicenda non riguarda censura, ma una confusione tra opinioni e dati oggettivi. Tutto ha avuto inizio da un breve filmato diffuso sui social, in cui Barbero espone le ragioni del suo “Io voto no“, dichiarando apertamente la propria collocazione culturale: “Certo io sono di sinistra, e questo lo sanno tutti quelli che mi conoscono“. Tuttavia, come osserva Bechis, il docente avrebbe commentato un testo di riforma ormai superato: la proposta risalente al 2011 del governo Berlusconi, mai entrata in vigore.
Seguendo quel vecchio impianto normativo, molte delle sue critiche risultavano coerenti, ad esempio sulla composizione e sul metodo di nomina dei membri del Consiglio superiore della magistratura. La riforma attuale, invece, mantiene proporzioni simili a quelle attuali e introduce modalità diverse per la nomina dei componenti, rendendo alcune affermazioni del professore non corrispondenti ai fatti. Il ruolo del fact checking di Open, diretto da David Puente, ha chiarito la situazione senza limitare la libertà di espressione. Come sottolinea Bechis: “Il controllo riguarda esclusivamente la correttezza fattuale, non le opinioni espresse“.
L’esito della verifica è stato trasmesso a Meta, che ha aggiunto un avviso sul video, rendendo chiara la discrepanza tra le affermazioni e la realtà della riforma. Il contenuto è rimasto visibile e condivisibile, e chiunque può presentare ricorso. La vicenda evidenzia la differenza tra censura e informazione corretta: il video di Barbero non è stato rimosso, ma solo contestualizzato, mostrando l’importanza di distinguere tra opinioni personali e dati aggiornati. Bechis conclude sottolineando il senso del lavoro di Open: “Garantire un dibattito libero, ma ancorato ai fatti“.
In definitiva, il caso dimostra che la percezione di censura sui social può nascere da interpretazioni errate della funzione del fact checking, e ribadisce la necessità di separare l’opinione personale dai dati verificabili, soprattutto in contesti elettorali e referendari.