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Da quando sono iniziate le ostilità dichiarate il 28 febbraio 2026, il teatro mediorientale ha visto un rapido adattamento delle tattiche iraniane. Inizialmente caratterizzati da ondate di missili e droni, gli attacchi di Teheran si sono evoluti verso una campagna che punta a colpire i nervi delle difese americane nella regione, con particolare attenzione ai radar e ai sistemi di difesa aerea. Questa trasformazione ha fatto scattare l’allerta al Pentagono e ha costretto i comandi statunitensi a rivedere piani e priorità.
Accanto agli attacchi diretti, Teheran sfrutta reti di milizie alleate per condurre operazioni meno riconducibili al governo centrale. Episodi come lo sciame di droni contro un hotel a Erbil, frequentato da personale militare statunitense, illustrano la capacità iraniana di mappare presenze straniere anche in strutture civili, mettendo in luce la porosità logistica nell’area e la diffusione di informazioni sul terreno.
Dal fuoco concentrato alla logica del consumo
La strategia attuale non cerca necessariamente l’annientamento totale delle forze avversarie, ma piuttosto il loro progressivo indebolimento. L’Iran sembra puntare a esaurire le scorte di intercettori e a mettere sotto pressione sistemi come THAAD e Patriot, obbligando gli Stati Uniti e gli alleati a impiegare missili costosi contro minacce economiche. Questo approccio sfrutta una evidente asimmetria: ogni drone a basso costo costringe le contromisure a consumare risorse molto più preziose. La tattica è, in termini militari, una guerra di logoramento, ovvero un uso prolungato del tempo e della produzione industriale avversaria come arma strategica.
Le lezioni della “Guerra dei 12 giorni”
Le esperienze del passato recente, in particolare la cosiddetta Guerra dei 12 giorni nel giugno 2026, hanno fornito a Teheran indicazioni pratiche. Rapporti analitici, come quello del Center for Strategic and International Studies, documentano che durante quel confronto gli Stati Uniti hanno impiegato tra i 100 e i 250 missili THAAD e circa 80 SM-3, consumando una porzione significativa delle loro riserve. Esperti come Vali Nasr hanno sottolineato quanto velocemente l’Iran abbia assimilato queste evidenze e adattato le proprie tattiche per sfruttare la fragilità logistica della difesa avversaria.
Tattiche indirette e uso delle milizie
Per aumentare l’efficacia e mantenere una negabilità plausibile, Teheran ricorre a milizie proxy che operano su più fronti: Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq e Bahrein compaiono tra le aree colpite da sciami di droni kamikaze e missili a corto raggio. Queste deleghe permettono di colpire obiettivi sensibili senza esporre direttamente la repubblica islamica a una responsabilità immediata e, allo stesso tempo, di testare e individuare i punti deboli dei dispositivi di difesa locali e statunitensi.
Hit-and-run tecnologico
L’uso diffuso di velivoli a basso costo come gli HESA Shahed evidenzia la preferenza per armi economiche e facilmente replicabili. Ogni lancio impone agli avversari l’uso di intercettori dal valore industriale molto elevato, creando un rapporto costi-benefici che favorisce la parte che sacrifica quantità a scapito della qualità unitaria. Secondo valutazioni riservate del Pentagono, l’Iran potrebbe conservare fino al 50% delle sue riserve di missili e sistemi di lancio, tenendoli come riserva per obiettivi strategici come radar e infrastrutture di comunicazione.
Conseguenze strategiche ed economiche
Il peso finanziario dell’operazione ricade su più soggetti: l’amministrazione statunitense, le monarchie del Golfo e i mercati globali. Alcune stime riportano spese giornaliere dell’ordine di centinaia di milioni, con somme complessive che hanno superato soglie inizialmente ipotizzate. Il ricorso massiccio a portaerei e flotte, oltre all’impiego intensivo di munizioni intercettive, ha generato fatture ingenti; il dibattito politico interno negli Usa riguarda proprio il bilancio tra spese militari e priorità civili.
Per le monarchie del Golfo la situazione è duplice: costi elevati per mantenere i sistemi di difesa attivi e danni all’economia reale, tra cui il turismo e gli investimenti esteri; si parla di miliardi persi in breve tempo. Sul piano strategico, l’esito che cerca l’Iran è politico: dimostrare che l’ombrello protettivo delle forze occidentali è vulnerabile e che la persistenza sotto il fuoco si traduce in guadagno simbolico e negoziale.
In assenza di una soluzione rapida, due scenari restano sul tavolo per Washington: incrementare la produzione e il rifornimento di intercettori per sostenere a lungo la presenza militare, oppure riconsiderare l’impegno in una regione divenuta sempre più costosa da difendere. Nel frattempo, la capacità iraniana di adattarsi e di utilizzare un mix di tattiche dirette e indirette rimane al centro dell’attenzione strategica e analitica.