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Cosa dicono i principali sondaggi sul referendum della giustizia e perché l'affluenza conta

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Un confronto tra le rilevazioni di Tecnè, Money.it e YouTrend evidenzia un orientamento favorevole al sì, ma con scenari molto sensibili alla partecipazione al voto

Negli ultimi rilevamenti pubblicati prima del voto, diversi istituti hanno offerto immagini sfumate dell’umore degli italiani sul referendum sulla riforma della giustizia. Le indagini mostrano una tendenza generale a favore del , ma differiscono per ampiezza del consenso e, soprattutto, per l’impatto determinante dell’affluenza. Gli esperti del settore confermano che la soglia di partecipazione può cambiare il significato politico del risultato.

Questo pezzo confronta i principali esiti, spiega le possibili letture politiche e illustra perché la partecipazione resta il fattore chiave.

I risultati degli istituti

Le rilevazioni mostrano coerenza sui trend ma variano per margini. Alcuni istituti registrano un vantaggio netto del , altri lo indicano come sottile. La distanza tra i dati dipende dai metodi di campionamento e dalla domanda sul voto effettivo. Gli analisti sottolineano che, in presenza di una affluenza bassa, anche differenze percentuali contenute possono non tradursi in un esito definitivo. I numeri richiedono quindi cautela nell’interpretazione e attenzione ai criteri metodologici adottati.

Che cosa mostrano i principali sondaggi

I numeri richiedono cautela nell’interpretazione e attenzione ai criteri metodologici adottati. Tre istituti citati nei media forniscono indicazioni utili per delineare il quadro: Tecnè, Money.it e YouTrend. Secondo Tecnè, commissionato da RTI e rilevato con metodo Cati-Cawi tra il 17 e il 19 febbraio 2026, il si attesterebbe tra il 54% e il 56% e il no tra il 44% e il 46%. Lo stesso sondaggio segnala una partecipazione dichiarata del 43%.

Il sondaggio di Money.it, condotto su 1.585 rispondenti, fotografa invece un consenso più marcato: il 64% dei partecipanti favorevole al , il 35% per il no e l’1% indeciso. Si tratta di un campione diverso e di una metodologia autonoma; tuttavia, il dato conferma la tendenza al sostegno alla riforma nella porzione di popolazione interpellata.

Differenze metodologiche e margini di errore

La variazione tra i rilevamenti si inserisce nella continuità del quadro emerso finora e non modifica la tendenza generale di sostegno alla riforma nella porzione di popolazione interpellata. Le differenze diventano comprensibili considerando le diverse dimensioni del campione e le metodologie adottate. Tecnè ha utilizzato un campione probabilistico rappresentativo per sesso, età e area geografica, con un margine di errore indicato del 2,2%. YouTrend ha svolto interviste in modalità CAWI tra il 17 e il 18 febbraio 2026 su 813 intervistati e dichiara un margine di errore di +/- 3,5%. Le discrepanze, ad esempio tra il 54-56% rilevato da Tecnè e il 64% riportato da Money.it, possono dipendere da fattori di campionamento, dalle formule di ponderazione e dalle modalità di somministrazione delle domande.

Affluenza: la variabile che può ribaltare il risultato

Nel dibattito sul referendum l’affluenza emerge come fattore determinante per l’esito finale, secondo l’analisi di YouTrend per Sky TG24. Lo studio confronta scenari diversi in base alla partecipazione effettiva e mostra come variazioni nella composizione dell’elettorato possano modificare il vantaggio di uno schieramento. Tali differenze vanno lette insieme alle criticità metodologiche già segnalate, come il campionamento e le formule di ponderazione, e possono spiegare la discrepanza tra intenzioni di voto e risultato reale.

Nel dettaglio, nello scenario di alta affluenza — chi dichiara che voterebbe sicuramente o probabilmente — il raggiunge il 51% contro il 49% del no, con una partecipazione stimata al 59,6%. Al contrario, nel solo segmento di chi afferma che voterebbe sicuramente (scenario di bassa affluenza) il no sale al 51,5% contro il 48,5% del , con una partecipazione intorno al 48%. Questa ampiezza di scostamento conferma che la mobilitazione degli elettori sarà decisiva per l’esito del voto.

Motivazioni e mobilitazione degli elettori

Dopo l’ampiezza di scostamento rilevata, i sondaggi indicano una motivazione superiore tra i sostenitori del . In molte rilevazioni gli elettori favorevoli risultano più decisi a recarsi alle urne. Al contrario, tra gli indecisi e i contrari la propensione alla partecipazione appare più debole. Questo divario di mobilitazione è cruciale perché il quorum non è previsto dal referendum costituzionale: conta soltanto chi partecipa al voto.

Quadro politico e implicazioni

I sondaggi mostrano una netta frattura tra gli schieramenti sul referendum, con effetti politici immediati. Nel centrodestra la maggioranza degli elettori si orienta verso il , con valori ripetutamente superiori al 70–75% nelle diverse rilevazioni. Nel cosiddetto Campo Largo il fronte del no risulta prevalente, spesso intorno al 75–80%. Questa polarizzazione trasforma il referendum in un termometro delle dinamiche tra forze politiche e della loro capacità di coesione elettorale.

Oltre all’esito formale, i sondaggi mettono in evidenza questioni strutturali: la percezione dell’efficienza della giustizia, il livello di fiducia nelle istituzioni e le interpretazioni politiche della riforma. L’esito servirà anche a misurare la capacità dei partiti di mobilitare gli elettorati e di convertire le intenzioni di voto in partecipazione effettiva, variabile che potrebbe determinare il risultato finale.

Gli istituti confermano un vantaggio del , ma la forbice tra le rilevazioni e la sensibilità del risultato all’affluenza mantiene il voto incerto. La partita si deciderà sulla capacità di mobilitare gli elettorati e di convertire le intenzioni in voti reali alle urne. I partiti e i comitati referendari intensificheranno le iniziative di campagna per aumentare la partecipazione, mentre osservatori e analisti monitoreranno l’andamento dei flussi elettorali. Il livello effettivo di partecipazione rimane il fattore determinante per l’esito finale.