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Cure palliative per il bambino del Monaldi: la famiglia avvia la pianificazione condivisa

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La madre del piccolo, assistita dall'avvocato Francesco Petruzzi, ha richiesto la Pianificazione Condivisa delle Cure al Monaldi per evitare l'accanimento terapeutico e definire un percorso di terapia antidolore con il coinvolgimento dei genitori e dei medici

I fatti sono questi: Un bambino ricoverato all’Ospedale Monaldi è al centro della decisione della famiglia di attivare una pianificazione condivisa delle cure (PCC) per orientare gli interventi verso l’alleviamento delle sofferenze e evitare l’accanimento terapeutico. La scelta, comunicata dall’avvocato della madre, Francesco Petruzzi, segue la valutazione della documentazione clinica e il parere di un medico legale ed è in corso di definizione.

I fatti

Secondo fonti ufficiali, la famiglia ha chiesto l’attivazione di una PCC per definire limiti e obiettivi terapeutici. La richiesta non contempla la cessazione intenzionale delle cure. Confermano dalla famiglia e dall’avvocato Petruzzi che la decisione deriva dall’analisi della cartella clinica e dal consulto con un medico legale.

Le conseguenze

La procedura mira a orientare le terapie verso il sollievo del dolore e la qualità di vita del paziente. L’obiettivo è prevenire interventi sproporzionati rispetto alle prospettive cliniche. Secondo l’avvocato Petruzzi, la misura tutela la volontà del nucleo familiare e rispetta i criteri di appropriatezza clinica.

I fatti sono questi: la famiglia e il team curante hanno attivato la pianificazione condivisa delle cure per orientare le scelte terapeutiche verso il sollievo dei sintomi e il rispetto della volontà familiare.

Che cosa prevede la pianificazione condivisa delle cure

La PCC è uno strumento previsto dalla normativa italiana che consente di definire le scelte terapeutiche quando la capacità di autodeterminazione è compromessa. Il percorso si svolge in collaborazione con il team curante e i rappresentanti del paziente.

Nel caso trattato, l’attivazione della PCC mira a trasferire l’attenzione dalla ricerca della guarigione all’applicazione di terapie mirate al controllo del dolore e al benessere complessivo. Si adottano interventi proporzionati alle prospettive cliniche per evitare trattamenti sproporzionati.

Va precisato che la pianificazione non equivale a eutanasia. La finalità è la gestione compassionevole dei sintomi e il rispetto della dignità del paziente. Secondo fonti ufficiali, la misura tutela la volontà del nucleo familiare e rispetta i criteri di appropriatezza clinica.

Le decisioni saranno ridefinite nel corso delle valutazioni multidisciplinari previste dal percorso assistenziale. Confermano dalle strutture sanitarie che ogni scelta seguirà le indicazioni cliniche e deontologiche.

Aspetti legali e operativi della richiesta

L’avvocato della famiglia ha formalizzato la volontà con l’invio di una PEC all’ospedale, richiedendo l’apertura del percorso di pianificazione condivisa. Secondo fonti ufficiali, la struttura ha risposto positivamente entro poche ore e ha concordato il primo accesso dell’equipe multidisciplinare. All’incontro parteciperanno i genitori e un medico di fiducia della famiglia. Verranno definiti, passo dopo passo, gli interventi per ridurre la sofferenza del bambino e per monitorare l’efficacia delle misure palliative. Confermano dalle strutture sanitarie che ogni scelta seguirà le indicazioni cliniche e deontologiche.

I fatti sono questi: Il gruppo multidisciplinare ha emesso un primo parere il 6 febbraio, riferito a una valutazione effettuata 45 giorni dopo il trapianto. La valutazione ha rilevato la mancata ripresa dopo la sospensione della sedazione. La famiglia, assistita da un legale, ha chiesto una diversa strategia terapeutica per evitare il prolungamento di procedure senza prospettive di recupero.

I fatti

Dalla documentazione clinica emerge che la valutazione multidisciplinare non ha riscontrato segni significativi di miglioramento. La mancata risposta alla sospensione della sedazione è stata centrale nella valutazione. Gli specialisti hanno ritenuto la prognosi infausta e hanno descritto possibili esiti privi di benefici clinici.

Le conseguenze

La famiglia ha richiesto il mantenimento di cure di supporto e la rinuncia a interventi considerati inutili. L’avvocato ha formalizzato la richiesta indirizzata all’ospedale per avviare un percorso di pianificazione condivisa. Secondo fonti ufficiali, ogni scelta clinica seguirà le indicazioni deontologiche e le linee guida professionali.

È prevista una nuova valutazione multidisciplinare per definire le successive decisioni terapeutiche; confermano dalle strutture sanitarie che gli aggiornamenti verranno comunicati alle parti interessate.

Il ruolo del medico legale e il confronto con centri esterni

Secondo fonti ufficiali, un medico legale ha esaminato la cartella clinica e ha suggerito l’attivazione della PCC come opzione più umana. La valutazione ha portato alla decisione di non richiedere pareri aggiuntivi da istituti esteri. La famiglia ha invece scelto di concentrare il dialogo con l’equipe del Monaldi.

L’equipe ha concordato un piano assistenziale condiviso che prevede il controllo del dolore, la sedazione palliativa se indicata, e le misure di supporto necessarie alla situazione clinica. Confermano dalle strutture sanitarie che gli aggiornamenti saranno comunicati alle parti interessate e che le decisioni successive seguiranno il percorso concordato.

Aspettative e partecipazione della famiglia

I fatti sono questi: i genitori partecipano attivamente alla prima valutazione e alle fasi successive della pianificazione condivisa, presso la struttura sanitaria, per garantire scelte terapeutiche coerenti con i valori familiari. Questo assetto mira a tutelare la dignità del paziente e a orientare le decisioni quotidiane sul trattamento.

I familiari sono coinvolti nelle scelte sulle terapie antidolore e nella valutazione della loro efficacia. Essi collaborano con il team curante nella definizione degli interventi e nella gestione delle necessità progettuali. Secondo fonti ufficiali, il modello favorisce trasparenza e confronto continuo tra operatori e famiglia. Le decisioni successive seguiranno il percorso concordato, con aggiornamenti periodici da parte del team curante.

I fatti sono questi: le decisioni successive seguiranno il percorso concordato con aggiornamenti periodici da parte del team curante. L’attivazione della PCC interessa l’équipe multidisciplinare, la figura medico-legale e i familiari del paziente, presso la struttura sanitaria coinvolta, per evitare trattamenti sproporzionati e garantire cure orientate al sollievo delle sofferenze e al rispetto della volontà del malato.

I fatti

Secondo fonti ufficiali, la PCC viene avviata quando si rende necessaria una revisione delle opzioni terapeutiche. Il percorso prevede valutazioni cliniche ripetute e il coinvolgimento dei familiari. Si distingue chiaramente tra interventi proporzionati e accanimento terapeutico, per orientare le scelte verso il sollievo dei sintomi e la dignità della persona.

Le conseguenze

La procedura stabilisce ruoli e responsabilità per le figure legali e medico-legali. Richiede protocolli condivisi e documentazione formale delle decisioni. L’obiettivo è garantire trasparenza, tutela giuridica e supporto alla famiglia, con verifiche cliniche periodiche. Confermano dalla direzione sanitaria che il processo prevede aggiornamenti regolari e monitoraggio degli esiti clinici.