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Draghi a Aquisgrana: perché l'Europa non può più dipendere come prima

Draghi a Aquisgrana: perché l'Europa non può più dipendere come prima

Draghi, ricevendo il Premio Carlo Magno ad Aquisgrana, sollecita un'Europa più autonoma: due strade per la difesa, investimenti industriali e un approccio sperimentale per agire insieme

Ricevendo il Premio Carlo Magno ad Aquisgrana, con un riconoscimento finanziario destinato a progetti europei, Mario Draghi ha messo in chiaro un punto cruciale: l’Europa si trova davanti a una svolta strategica che richiede decisioni pratiche e immediate. Il suo intervento non è stato solo una critica al passato, ma una proposta di metodo: quello che ha chiamato federalismo pragmatico, inteso come un modo per combinare responsabilità condivisa e iniziative nazionali volontarie.

Il cuore del messaggio è semplice e al tempo stesso inquietante: «per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme». Con questa sintetica immagine Draghi ha richiamato l’attenzione sul venir meno di garanzie ritenute finora scontate e sulla necessità di ricostruire strumenti europei che vadano oltre le strutture attuali.

La nuova realtà delle alleanze e le implicazioni per la sicurezza

Draghi ha sottolineato come le alleanze globali siano in rapida evoluzione e come ogni dipendenza strategica debba essere riesaminata. Il riferimento al possibile mutamento dell’impegno statunitense nei confronti dell’Europa («per la prima volta dal 1949») e alla mancanza di un’alternativa affidabile nella Cina serve a spiegare perché oggi la parola chiave è autonomia strategica.

Non si tratta di un distacco dalla relazione transatlantica, ma di una trasformazione del ruolo europeo: più responsabile, più capace di incidere.

Due percorsi per rendere credibile la difesa comune

Per tradurre parole in capacità operative Draghi individua due soluzioni parzialmente complementari. Il primo percorso è quello di coalizioni più ristrette tra Paesi con percezioni della minaccia e capacità simili, per agire rapidamente là dove serve. Il secondo è di dotare di contenuti concreti l’articolo 42, paragrafo 7 del Trattato sull’Ue, la cosiddetta clausola di difesa reciproca, trasformandola in piani, capacità e strutture di comando effettive. Entrambi i sentieri mirano a una Europa che possa rispondere in modo inequivocabile anche prima dell’escalation.

Federalismo pragmatico: cos’è e come funzionerebbe

Il concetto di federalismo pragmatico viene presentato come un approccio sperimentale ma orientato a risultati visibili. In pratica, i Paesi che vogliono avanzare su temi specifici — dalla difesa alla coesione industriale — lo farebbero con strumenti che producono risultati misurabili e con un mandato approvato dai loro elettori. Questa dinamica, secondo Draghi, costruisce legittimità democratica: la realizzazione genera fiducia, la fiducia autorizza passi successivi.

Esempi e analogie pratiche

Per spiegare come possa funzionare, Draghi richiama l’esempio dell’Euro: un gruppo di Paesi ha scelto di procedere insieme, costruendo istituzioni con vero potere e salvaguardando la moneta. L’analogia serve a ricordare che il processo non è lineare né privo di rischio, ma che l’impegno condiviso può portare a risultati duraturi. Lo stesso metodo potrebbe essere applicato a programmi di difesa, ricerca e sviluppo e politiche industriali.

Industria, ricerca e la scommessa della sovranità tecnologica

Un altro capitolo del discorso riguarda l’economia e la capacità produttiva europea. Draghi mette in evidenza il gap nella R&S nel settore della difesa, che è solo una frazione di quella americana, e l’eccessiva dipendenza dagli armamenti prodotti oltreoceano. Per colmare questa lacuna occorre rilanciare la politica industriale europea, promuovendo domanda interna per settori strategici come semiconduttori, tecnologie pulite e difesa: il cosiddetto Made in Europe inteso come leva di investimento a lungo termine.

Secondo Draghi, il mercato unico incompiuto, i capitali frammentati e sistemi energetici non pienamente integrati hanno limitato la dimensione continentale necessaria per competere. La soluzione non è contrapporre apertura e protezione, ma integrare il mercato unico con politiche industriali intelligenti che diano una domanda stabile e permettano economie di scala.

Conclusione: opportunità e chiamata all’azione

Il messaggio finale è un richiamo alla responsabilità: l’Europa ha davanti una doppia sfida, di rischio e di opportunità. Draghi chiede ai leader europei di mettere sostanza prima del processo, di scegliere strumenti concreti e di non rimanere intrappolati in istituzioni nate per un’altra epoca. La fiducia dei cittadini esiste, e va ricompensata con scelte coraggiose che trasformino la crisi in un percorso di unione più profonda e operativa.

Nella cerimonia, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha invitato a implementare il rapporto proposto da Draghi, definendolo un’analisi severa e risposte ambiziose; ha richiamato inoltre la cooperazione transnazionale come premessa del successo europeo, citando anche contributi intellettuali italiani come quello di Enrico Letta.

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