Il 22 Mag 2026 due cacciamine italiane, il Crotone e il Rimini, hanno lasciato il porto di Augusta con rotta verso Gibuti. Questa mosse è stata disegnata come misura precauzionale per posizionare rapidamente asset navali specializzati più vicino allo Stretto di Hormuz, una via marittima cruciale per il commercio globale. La scelta di un avvicinamento graduale a Gibuti riflette la necessità di ridurre i tempi di trasferimento verso un’eventuale area operativa e di mantenere una capacità pronta a intervenire nello scenario di una crisi.
Le unità in movimento non sono destinate a combattimenti convenzionali ma a compiti altamente specialistici: bonifica dei fondali e neutralizzazione di ordigni che possono bloccare porti e rotte commerciali. La missione è stata annunciata nel contesto di valutazioni politiche e diplomatiche che richiedono condizioni chiare prima di un impiego operativo nello Stretto. Nel dispositivo navale sono previste anche unità di supporto e una scorta con capacità di difesa e logistica per sostenere le operazioni a lungo termine.
Perché queste navi sono strategiche
Le operazioni di contrasto alle mine sono tornate al centro delle pianificazioni occidentali perché un singolo ordigno subacqueo può paralizzare traffici di petrolieri e mercantili e interrompere catene di approvvigionamento. I cacciamine italiani svolgono una funzione di deterrenza e di intervento tecnico: il loro obiettivo è individuare, classificare e neutralizzare elementi esplosivi senza compromettere la libera navigazione.
Posizionare in anticipo queste unità vicino alla regione del Golfo agevola risposte più rapide in uno scenario dove la rapidità di intervento può fare la differenza.
Compiti e capacità tecniche
I cacciamine sono progettati per la ricerca e neutralizzazione di mine navali piuttosto che per l’ingaggio offensivo. Le unità dispongono di sonar a profondità variabile e di ROV filoguidati in grado di investigare oggetti fino a circa 600 metri di profondità. Lo scafo realizzato in F.R.P. — una vetroresina amagnetica — riduce la firma magnetica dell’unità, limitando il rischio di attivazione di sensori magnetici delle mine. Durante le operazioni la velocità di navigazione resta bassa per permettere ai sensori di scandagliare il fondale con estrema precisione.
Dotazioni e modalità operative
Le navi di classe Gaeta (e in parte Lerici, dalle quali derivano) integrano sistemi moderni per il controllo dei rischi: telecamere, stazioni di comando per i droni subacquei e apparati di radionavigazione avanzata. I ROV possono posizionare cariche controllate a distanza o fornire immagini dettagliate per decidere la procedura di neutralizzazione. Le unità sono inoltre equipaggiate con camere iperbariche e strutture mediche per supportare attività subacquee complesse e per assistere i palombari impegnati in profondità.
Impieghi civili e aggiornamenti
Oltre all’attività militare, queste navi svolgono ruoli dual use: ricerca di relitti, protezione di infrastrutture sottomarine come cavi e condotte e supporto a missioni scientifiche. Negli ultimi anni le unità italiane sono state soggette a programmi di ammodernamento per mantenere elevata l’interoperabilità con i partner NATO, migliorando sensori, comunicazioni e capacità di comando e controllo. Alcune hanno anche ottenuto certificazioni di prontezza operativa che attestano il livello di addestramento dell’equipaggio.
Equipaggi, addestramento e quadro politico
I cacciamine viaggiano con equipaggi compatti ma altamente specializzati: il Crotone conta circa 44 membri mentre il Rimini circa 50, a cui si possono aggiungere nuclei del COMSUBIN e del Gruppo Operativo Subacquei (GOS) per attività di bonifica e immersine complesse. Il personale riceve formazione continua su analisi sonar, gestione dei droni e procedure di sicurezza esplosivi. Sul piano politico, il dispiegamento è subordinato a decisioni che richiedono una cornice giuridica e il consenso internazionale: eventuali operazioni nello Stretto dovranno inserirsi in un mandato condiviso e in condizioni di stabilità prefissate.