Il caso del femminicidio di Laura Papadia si è concluso con la condanna all’ergastolo in primo grado per il marito Nicola Gianluca Romita, accusato di averla strangolata nella loro abitazione. La vicenda, emersa nell’ambito di un contesto familiare apparentemente privo di conflitti visibili, ha riacceso l’attenzione sul tema della violenza domestica e sulle tensioni legate alle dinamiche di coppia, in particolare sul disaccordo riguardo alla genitorialità.
Il processo ha inoltre evidenziato il peso delle aggravanti legate al vincolo coniugale e il forte impatto giudiziario ed emotivo dell’episodio sui familiari della vittima.
Ricostruzione del femminicidio di Laura Papadia e reazioni dei familiari alla sentenza
La tragedia si sarebbe consumata al termine di una lite avvenuta la sera del 25 marzo 2025, in un contesto di tensioni familiari mai rese pubbliche.
Come riportato da Mediaset Tgcom 24, Laura Papadia, impiegata con ruolo dirigenziale in un supermercato della zona, sarebbe stata uccisa per asfissia acuta da strangolamento, prima con le mani e poi tramite un oggetto con lacci, come indicato dall’autopsia. Tra le ipotesi investigative, un ruolo centrale avrebbe avuto il contrasto tra i coniugi legato al desiderio della donna di avere un figlio, a cui l’uomo — già padre di due figli — si sarebbe opposto.
La svolta nelle indagini era arrivata grazie a una telefonata dell’imputato alla sua ex moglie, nella quale avrebbe confessato l’omicidio. Successivamente, lo stesso Romita aveva contattato le forze dell’ordine dichiarando: “Ho ucciso la mia compagna”, minacciando poi di lanciarsi dal Ponte delle Torri di Spoleto. Gli agenti, intervenuti nell’abitazione, avevano trovato il corpo della donna senza vita.
“Ergastolo”. Femminicidio di Laura Papadia, carcere a vita per il marito Gianluca Romita
Come riportato dall’Ansa, Nicola Gianluca Romita, 48 anni, agente di commercio, è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio della moglie Laura Papadia, all’interno della loro abitazione a Spoleto, in provincia di Perugia. La sentenza di primo grado è stata pronunciata dalla Corte d’Assise di Terni, presieduta dalla giudice Simona Tordelli (con a latere Biancamaria Bertan), dopo circa due ore di camera di consiglio. L’imputazione riguarda l’omicidio volontario aggravato dal vincolo coniugale, fattispecie distinta dalla normativa sul femminicidio entrata in vigore solo nel dicembre 2025, quindi successiva ai fatti.
Durante il processo, la pubblica accusa — rappresentata dal sostituto procuratore Alessandro Tana della Procura di Spoleto — aveva richiesto una pena di 30 anni di reclusione, riconoscendo le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti. Oltre alla condanna all’ergastolo, i giudici hanno disposto la decadenza dalla responsabilità genitoriale e il risarcimento delle parti civili: 100mila euro al padre della vittima, 50mila euro ciascuno ai due fratelli, oltre a ulteriori somme riconosciute al Comune di Spoleto (10mila euro) e all’associazione “Per Marta e per tutte” (8mila euro).
La difesa ha già annunciato ricorso in appello, contestando la decisione e chiedendo una rivalutazione anche alla luce di una possibile perizia psichiatrica e della collaborazione mostrata dall’imputato subito dopo i fatti.