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Sotto il fragore dei proiettili, le carte vengono scoperte e il linguaggio della diplomazia crolla sotto il fuoco di missili e caccia. Questo è quanto emerso dai primi tre giorni della guerra iraniana in corso, durante i quali hanno iniziato a palesarsi le reali tendenze dei vari Stati nei confronti di alleati e nemici.
Galip Dalay, consulente senior per il programma Medio Oriente e Nord Africa presso il “Chatham House”, afferma che la percezione della minaccia iraniana è cambiata: “I paesi del Medio Oriente desiderano ora evitare la guerra”. Aggiunge inoltre: “Fino a poco tempo fa, la maggior parte dei leader mediorientali era frustrata dal fatto che gli Stati Uniti non adottassero una posizione più ferma verso l’Iran. Molte élite regionali erano irritate dall’approccio diplomatico dell’amministrazione Obama, giudicato troppo indulgente e focalizzato sull’accordo nucleare a breve termine”.
Una nuova era e alleanze in mutamento
Prima dello scoppio del conflitto sabato scorso, Dalay sottolinea che “l’Arabia Saudita aveva invocato la de-escalation e il ricorso alla diplomazia”. Verso la fine di gennaio, con l’intensificarsi delle voci su un possibile attacco militare all’Iran, l’agenzia Reuters ha riferito che “il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha comunicato telefonicamente al presidente iraniano Masoud Pezeshkian che il Regno non permetterà l’uso del proprio spazio aereo o del proprio territorio per operazioni militari contro l’Iran”.
Questa narrazione saudita è stata confermata dai rapporti di testate americane come Fox News e Wall Street Journal, secondo cui l’Arabia Saudita non permetterà agli Stati Uniti di utilizzare le proprie basi per colpire l’Iran, e che Washington non avrebbe condiviso i propri piani militari con Riad a riguardo.
Come leggere questi segnali? Sotto il titolo “Riad guarda a una nuova era”, Allison Minor, direttrice del progetto di integrazione del Centro Rafik Hariri presso l’Atlantic Council, osserva che l’Iran ha mostrato una certa moderazione verso l’Arabia Saudita: “Nelle prime 48 ore dall’inizio dei raid statunitensi e israeliani, l’Iran avrebbe lanciato solo due attacchi contro il territorio saudita, a fronte di oltre 170 missili e 500 droni diretti verso gli Emirati Arabi Uniti”.
Aggiunge: “Sembra che il principe Mohammed bin Salman sia pronto a cogliere l’occasione per consolidare il ruolo di Riad come potenza egemone, pur rimanendo cauto verso le operazioni di USA e Israele. Questa divergenza spiega i messaggi contrastanti sul sostegno saudita ai raid contro Teheran”.
Il clamore sugli obiettivi civili
La rete RANE, specializzata nella gestione del rischio, conferma che “durante il secondo giorno (domenica scorsa), l’Iran ha lanciato una pioggia di missili e droni in tutto il Golfo, colpendo basi militari americane in Qatar (Al-Udeid) e Bahrein (Quinta Flotta), ma anche obiettivi civili come edifici residenziali in Bahrein e gli aeroporti di Dubai e Kuwait”.
Nonostante i sistemi di difesa abbiano intercettato molte minacce, i detriti e gli impatti diretti hanno causato vittime in Bahrein, Kuwait, Oman ed Emirati, con pesanti ripercussioni sul traffico aereo. Dal 2023, Arabia Saudita e Iran avevano compiuto sforzi diplomatici per ricucire i rapporti, riducendo le tensioni dirette. Tuttavia, con gli ultimi attacchi, le posizioni dei paesi del Golfo potrebbero divergere: l’Arabia Saudita manterrà un approccio più equilibrato, mentre Bahrein ed Emirati adotteranno probabilmente linee più dure sulla sicurezza.
Il fatto che gli aeroporti sauditi siano rimasti finora fuori dal mirino iraniano ha sollevato diverse ipotesi. Matthew Klint, esperto di aviazione, spiega che “gli aeroporti sono obiettivi facili, sensibili economicamente e psicologicamente”. Wayne Hall, giornalista specializzato in viaggi, nota come Riad cerchi di bilanciare il riavvicinamento con Teheran e i legami con i partner occidentali. Alcuni analisti suggeriscono l’esistenza di “regole d’ingaggio temporanee”, ipotizzando che Riad veda in questa crisi un’opportunità per indebolire economicamente concorrenti come Dubai e Abu Dhabi.
La questione delle sanzioni
In netto contrasto con la diplomazia ufficiale, i rapporti tra Riad e la storica alleata Abu Dhabi sembrano deteriorarsi. Un recente articolo del New York Times ha rivelato presunte pressioni saudite su Donald Trump affinché imponga sanzioni agli Emirati Arabi Uniti, accusandoli di alimentare la guerra in Sudan.
Il rapporto descrive la “rabbia e il senso di tradimento” degli alti funzionari emiratini. A novembre, Trump avrebbe discusso con il presidente emiratino Mohammed bin Zayed di una conversazione avuta con Bin Salman, in cui quest’ultimo chiedeva sanzioni contro Abu Dhabi per il presunto sostegno alle Forze di Supporto Rapido (RSF) in Sudan.
Sebbene un funzionario saudita abbia cercato di smentire, affermando che la richiesta riguardava sanzioni contro i gruppi armati sudanesi e non direttamente contro gli Emirati, il governo di Abu Dhabi ha respinto categoricamente ogni accusa di supporto materiale alle RSF. Il rapporto conclude che, indipendentemente dai dettagli, la frattura tra Riad e Abu Dhabi è ormai di dominio pubblico e rischia di destabilizzare i mercati e alimentare ulteriormente i conflitti regionali.