Un focolaio di hantavirus su una nave da crociera nell’Oceano Atlantico ha riacceso l’attenzione su questa rara infezione zoonotica. Il virus, trasmesso principalmente dai roditori, può causare sintomi inizialmente lievi ma evolvere in forme gravi con complicanze respiratorie o renali. Anche se i casi sono poco frequenti e il rischio per la popolazione generale resta basso, l’episodio evidenzia la necessità di sorveglianza e prevenzione in contesti di possibile esposizione.
Focolaio di Hantavirus sulla nave da crociera e dinamica dell’evento
L’attenzione internazionale si è riaccesa su un’infezione rara ma potenzialmente molto severa dopo il focolaio di hantavirus registrato a bordo di una nave da crociera nell’Oceano Atlantico. Sull’unità, identificata come MV Hondius, si sono verificati tre decessi (tra cui una coppia olandese di 69 e 70 anni), mentre un cittadino britannico di 69 anni risulta ricoverato in terapia intensiva a Johannesburg e altri membri dell’equipaggio versano in condizioni critiche.
Secondo ricostruzioni riportate dalla BBC, alcuni passeggeri potrebbero essersi infettati prima dell’imbarco, considerando il lungo periodo di incubazione del virus.
L’epidemiologo Michael Baker ha sottolineato quanto sia insolito un evento simile su una nave da crociera, definendolo un contesto particolarmente sfavorevole per l’insorgenza di una malattia grave e suggerendo la necessità di evacuazioni rapide verso strutture di terapia intensiva.
Le autorità sanitarie stanno conducendo indagini approfondite per ricostruire eventuali fattori di esposizione, mentre l’OMS ha attivato il tracciamento dei contatti. Il 2 maggio era già stato segnalato un cluster di malattie respiratorie gravi, e il 6 maggio risultavano almeno sette casi complessivi (cinque confermati e due sospetti), con tre decessi associati. Tra le ipotesi principali figura l’Hantavirus delle Ande.
Il contagio, in generale, avviene soprattutto attraverso il contatto con roditori infetti o l’inalazione di particelle contaminate da urina, feci o saliva, soprattutto in ambienti chiusi o poco ventilati. La trasmissione tra persone è considerata rara, ma non completamente esclusa per alcune varianti come il virus Andes. L’ECDC sta monitorando la situazione e valuta il rischio per l’Europa come molto basso, anche perché il serbatoio animale del virus non è presente nel continente. Vengono comunque raccomandate misure preventive negli scali portuali e protocolli di protezione per il personale sanitario.
Hantavirus: sintomi, modalità di contagio e rischi. Il vademecum dell’Iss
Gli hantavirus sono agenti zoonotici che infettano principalmente i roditori e possono occasionalmente passare all’uomo. Il periodo di incubazione varia in genere da 1 a 8 settimane. L’esordio dell’infezione è spesso aspecifico e può ricordare una comune influenza, con febbre, brividi, cefalea, dolori muscolari e affaticamento, rendendo difficile una diagnosi precoce. In alcuni casi si aggiungono sintomi gastrointestinali come nausea, vomito, diarrea e dolore addominale. Dopo una fase iniziale di circa 3–6 giorni, la malattia può evolvere in forme più gravi. Nei quadri severi si osservano danni all’endotelio vascolare con aumento della permeabilità dei vasi, ipotensione, emorragie e shock. Possono comparire insufficienza renale (nefriti ed emorragie), oppure un interessamento polmonare con accumulo di liquidi e grave compromissione respiratoria potenzialmente fatale.
Le principali forme cliniche sono tre: la febbre emorragica con sindrome renale (HFRS), diffusa in Europa e Asia; la nefropatia epidemica, variante più lieve presente soprattutto in Europa; e la sindrome polmonare da hantavirus (HCPS), tipica delle Americhe. Tra i virus coinvolti figurano Andes, Sin Nombre, Puumala e Dobrava, con manifestazioni cliniche differenti a seconda dell’area geografica.
Come riportato da Tgcom24, secondo dati epidemiologici recenti, nel 2025 nelle Americhe sono stati registrati 229 casi con 59 decessi (letalità circa 25,7%), mentre in Europa nel 2023 si sono contate 1.885 infezioni. Nell’Asia orientale, in particolare in Cina e Corea del Sud, la HFRS continua a provocare migliaia di casi ogni anno, pur con un trend in calo. In Europa non sono attualmente segnalati casi autoctoni di alcune varianti specifiche. Non esisterebbero terapie antivirali specifiche né vaccini approvati. Il trattamento è principalmente di supporto e può includere terapia intensiva, ventilazione assistita e gestione delle complicanze cardiocircolatorie e renali; in alcuni casi vengono utilizzati antivirali ad ampio spettro. L’intervento precoce migliora significativamente la prognosi.
La prevenzione resta l’elemento chiave e si basa sulla riduzione del contatto con roditori e ambienti contaminati: evitare l’inalazione di polveri potenzialmente infette, usare dispositivi di protezione e disinfettanti adeguati (come soluzioni a base di candeggina), sigillare gli accessi degli edifici, conservare correttamente alimenti e rifiuti e adottare procedure di pulizia umida senza sollevare aerosol. Le mani devono essere lavate accuratamente dopo possibili esposizioni. Come ricordato anche da esperti come Fabrizio Pregliasco, il rischio per la popolazione generale resta basso e legato a situazioni specifiche di esposizione. Sebbene alcuni ceppi, come il virus Andes, possano raramente trasmettersi tra persone attraverso contatti stretti e fluidi biologici, non vi sono evidenze di una trasmissibilità efficiente tale da favorire scenari pandemici.