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Il caso Cerno: la breve striscia su Rai, le critiche e le accuse di omofobia online

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Tommaso Cerno conduce una breve striscia su Rai2 e denuncia insulti omofobi dopo un'esibizione; intanto il sindacato contesta i costi e si apre il dibattito sui conflitti di interesse

La recente esperienza televisiva di Tommaso Cerno sulla rete pubblica ha acceso un confronto che mescola questioni di palinsesto, spese e dibattito pubblico. Alla fascia delle 14:00 su Rai2 è arrivata una striscia di tre minuti chiamata 2DiPicche, pensata come intervento breve per commentare l’attualità. Il formato, che è tecnicamente un spazio informativo breve, è stato subito al centro di critiche per il compenso percepito, i risultati d’audience e le reazioni sociali successive a una performance musicale trasmessa in diretta.

Il format, la durata e i numeri

La proposta di 2DiPicche è semplice: pochi minuti quotidiani dedicati all’analisi di temi politici, economici e culturali. Il segmento dura tre minuti e va in onda dopo il telegiornale, ma ha sollevato interrogativi per gli ascolti e per il costo. Fonti giornalistiche hanno riferito che il compenso del collaboratore ammonterebbe a circa 11.000 euro a puntata, cifra che ha alimentato le polemiche su investimenti e priorità del servizio pubblico. Sul fronte dell’audience, la striscia ha registrato valori di share non elevati e in alcuni momenti una riduzione del pubblico della rete.

Critiche sindacali e discussione sui costi

Il sindacato dei giornalisti UsigRai ha commentato duramente l’esordio, parlando di un autogol editoriale e mettendo in relazione i costi della striscia con la qualità dell’informazione garantita ai cittadini. Il sindacato ha inoltre contestato contenuti della prima puntata, accusando la trasmissione di messaggi giudicati a orientamento politico e di essere pagata con il canone. Queste affermazioni hanno rilanciato il dibattito su come il servizio pubblico debba gestire la collocazione e i contributi a voci esterne.

La performance a BellaMa’ e gli insulti online

La scintilla del confronto sociale è stata un’esibizione avvenuta durante BellaMa’, trasmissione di intrattenimento in cui Tommaso Cerno e il conduttore Pierluigi Diaco hanno cantato insieme Per Sempre Sì di Sal Da Vinci. Dopo la messa in onda, Cerno ha raccontato di aver ricevuto messaggi di insulti basati sull’orientamento sessuale e sulla presunta collocazione politica. Lui stesso ha letto alcuni commenti in puntata per segnalare quella che ha definito una dose di omofobia, sottolineando come le reazioni siano legate più a etichette che al contenuto dell’esibizione.

Il tema del doppio standard nell’attivismo

Nel suo intervento Cerno ha evidenziato una tensione: secondo lui, parte dell’attivismo per i diritti non interviene quando gli attacchi riguardano persone omosessuali che non condividono determinate posizioni politiche. Questa osservazione ha riaperto il confronto sulla natura del dissenso pubblico e sulla capacità delle comunità di difendere i diritti indipendentemente dall’appartenenza politica degli individui coinvolti.

Altre polemiche: assunzioni contestate e narrativa mediatica

Oltre alla questione degli insulti e dei costi, la vicenda ha visto emergere accuse relative a nomine e incarichi professionali. È circolata la notizia che una parente del nucleo familiare del diretto interessato sarebbe stata assunta in ambito Rai per attività legate ai social media; la questione è stata smentita dall’interessato e dall’azienda, ma sui canali social erano presenti post che avevano alimentato i sospetti. Questo episodio ha intensificato il dibattito su trasparenza e conflitti di interesse nell’assetto delle nomine esterne.

Nel complesso, la vicenda di Tommaso Cerno e della sua striscia breve testimonia come un formato conciso possa generare nodi complessi: dalla gestione delle risorse pubbliche alla tutela della dignità personale contro l’odio online, fino al ruolo del servizio pubblico nella pluralità delle voci. Il caso rimane aperto tra precisazioni, interviste e reazioni sindacali, e solleva domande importanti sul modo in cui i media contemporanei misurano responsabilità e trasparenza.